Il finanziere che danzò una sola estate

Angelo Allegri

Alla storia di Stefano Ricucci mancava solo la prigione. Ora la lacuna è stata colmata: il film dell’odontotecnico diventato palazzinaro, amico di potenti e marito di una delle donne più desiderate d’Italia, ha anche un finale. Si spera, naturalmente, provvisorio. Una sceneggiatura, quella dell’odontotecnico diventato immobiliarista, perfetta per i fratelli Vanzina, si è detto. Perché se c’è una dote che tutti riconoscono al Ricucci finanziere è una visione delle cose scanzonata e irridente, espressa in un linguaggio colorito, a metà tra il coatto e l’Alberto Sordi in versione americano a Roma («Maccaro’, tu me provochi e io me te magno»). Molto Vanzina, appunto. Poco o per nulla in linea con l’aplomb dei salotti buoni e il freddo grigiore di un qualsiasi speculatore immobiliare. A creare il personaggio hanno certo contribuito i lunghi mesi di intercettazioni dell’estate scorsa»; inconsapevole dei finanzieri all’ascolto Ricucci si scatena parlando con alleati e collaboratori: «Stamo a fa’ i furbetti del quartierino», «Hedgefund? Manco so chi so’ questi», «Che mica ho fatto gnente de male.., mica ’amo seviziato qualche regazzino». E a Gnutti, parlando dell’intervista di un quotidiano a Marco Tronchetti Provera: «E leggitela va’! Che parla de te e de me, che loro sono il salotto buono. Loro. C’ha indebita...C’ha 45 miliardi de debiti...il salotto sano lui c’ha...».
Un tono che Ricucci non perde nemmeno nei momenti di difficoltà. Per esempio parlando con un giornalista quando le sue conversazioni al cellulare diventano pubbliche, nell’agosto del 2005: «Le intercettazioni? Fate pure, io mi godo le vacanze in Sardegna. Qui è ’na favola». O come, quando in dicembre viene chiamato dai pubblici ministeri di Milano per il primo interrogatorio e, come risulta dai verbali, risponde alle prime accuse di Fiorani «Fiorani? Quello è ’na tragedia. Ma io gli spacco la testa!». E per convincere il tetragono pm Eugenio Fusco della sua buona fede: «Amore mio, io certe cose nun le faccio».
Solo quando parla della famiglia e dei suoi inizi Ricucci cambia marcia e registro. «Ho un solo maestro, mio padre, la persona più onesta del mondo, che mi ha sempre insegnato una cosa: paga sempre prima, paga sempre tutto. Ed è quello che faccio, ho sempre fatto e sempre farò».
La famiglia: il padre Matteo, autista dell’Atac; la madre Gina, casalinga; una sorella, tutta casa e liceo classico, morta giovanissima. Secondo il racconto che farà più tardi Ricucci, sarà il padre, prestandogli la sua tredicesima, a fornirgli i primi capitali. Della madre, invece, è un terreno, ereditato, che sarà il primo banco di prova per il giovane aspirante imprenditore. All’apparenza vale poco, ma quando San Cesareo, a una trentina di chilometri da Roma, sceglie di diventare autonoma da Zagarolo, il piano regolatore lo classifica area edificabile. Ricucci entra in società con un’impresa costruttrice e fa i primi soldi. Intanto, raggiunto il diploma, apre una serie di studi dentistici. Il ricavato viene investito in altri immobili. Ricucci compra, affitta, vende; compra, affitta, vende. E guadagna. «A 23 anni», si vantava qualche tempo fa, «fatturavo già sei miliardi» (sempre con dichiarazioni delle tasse da impiegato: quella del 1986, i suoi 24 anni, è di 12 milioni di lire).
Quando il suo patrimonio immobiliare vale qualche centinaio di milioni l’incontro destinato a proiettare Ricucci verso i piani alti. La sua società, Magiste (Matteo-Gina-Stefano) vende al finanziere Emilio Gnutti alcuni palazzi. I due si incontrano e si piacciono. Il romano entra con piccole quote nelle società del bresciano. Viene chiamato a far parte della variegata compagine (ci sono tanti piccoli imprenditori ma anche l’Unipol di Giovanni Consorte) che attraverso la finanziaria Bell, prima scalerà Telecom e poi la venderà a carissimo prezzo a Tronchetti Provera. Ci guadagnano tutti un sacco, e Ricucci non fa eccezione: «In pochissimo tempo ho portato a casa 100 milioni di euro» spiegherà soddisfatto.
Grazie a Gnutti stringe rapporti sempre più stretti con Gianpiero Fiorani, visionario numero uno dell’allora Popolare di Lodi. E si getta a capofitto nel settore bancario. L’esordio è un po’ incerto: compra una quota di Capitalia e vuole sedersi al tavolo di chi comanda. Il presidente Cesare Geronzi lo mette al suo posto: «Ricucci chi?», risponde sarcastico a chi gli chiede dell’immobiliarista.
Il giovane Stefano, classe 1962, impara la lezione: «Nella vita ci sono tre cose che non puoi comprare: la salute, l’amore e il biglietto di ingresso nel Gotha della finanza». Poi si dà da fare per rimediare: interviene su richiesta di Capitalia per salvare la Lazio, assume perfino il genero di Geronzi, Fabrizio Lombardo (durerà poco, in sei mesi o poco più i due litigheranno, lasciandosi con qualche rancore). Su Capitalia Ricucci guadagnerà ancora vendendo la sua quota al momento giusto. Ma è il momento di Bnl, e Antonveneta, dei rapporti sempre più stretti con i cosiddetti concertisti, che tenteranno di dare l’assalto all’istituto padovano. Insieme agli altri immobiliaristi vende le quote di Bnl alla Unipol e anche in questo caso incassa plusvalenze per centinaia di milioni. Nel frattempo l’incontro con Anna Falchi, le nozze nella villa all’Argentario, l’appartamento sui tetti di Roma che finisce sulle più belle riviste di arredamento.
È una parentesi per il finanziere che è già impegnato nella madre di tutte le scalate, quella al Corriere della Sera, in grado di farlo arrivare alla serie A della finanza italiana. Ma il suo sogno dura una sola estate. Mette insieme oltre il 14%. Con tutti i mezzi: per raccogliere soldi gioca sulle quotazioni. Rilascia ai giornalisti roboanti dichiarazioni in cui dice di voler comprare tutte le azioni sul mercato. I prezzi del titolo salgono immediatamente, ma Ricucci ha già ordinato ai suoi collaboratori (saranno le intercettazioni a dirlo) di vendere, per poi ricominciare a comprare quando il titolo scenderà di nuovo.
Spera che il patto di sindacato che regge le sorti del primo quotidiano italiano rompa le file, che qualcuno «tradisca» attratto dalle lucrose plusvalenze ottenibili con la vendita di un titolo che ha ormai prezzi di affezione. «È matematico, vinco io, ho quattro alleati con il 2%. E Romiti, Edison e Bertazzoni vendono», dice in una conversazione intercettata. Non accade. E sulle banche, sulle scalate a Bnl e Antonveneta, intervengono Consob e magistratura. I titoli della banca padovana nel suo portafoglio vengono sequestrati. Per lui è un brutto colpo. In più si trova a fare i conti con la sua quota in Rcs immobilizzata: vale 900 milioni ai prezzi a cui l’ha acquistata. Ma tramontate le ipotesi di Opa, le quotazioni sono precipitate e Ricucci non può permettersi di perdere altri soldi. I suoi referenti bancari non possono più aiutarlo e anche il patrimonio immobiliare incomincia a dare problemi. Per anni Ricucci è stato un maestro nell’ottenere crediti su valori sempre crescenti. Ha fatto passare da una società all’altra del suo gruppo gli stessi palazzi per ottenere sulla carta qualche plusvalenza. Ora il futuro delle sue società è in mano alla ex Popolare di Lodi che ha in pegno i titoli Rcs. Sarà quest’ultima a decidere il suo eventuale fallimento.
Angelo Allegri