Il finanziere di Dio che scommetteva sempre più in alto

La parabola del banchiere d’affari fedelissimo dell’Opus Dei che ha saputo sfidare Mediobanca e aveva alla sua porta Gardini e i Benetton. L’ultimo acuto con la quotazione di Parmalat

Guido Mattioni

nostro inviato a Parma

Sterpi e sassi. Rovi e ortiche. E sopra, il sole impietoso e feroce di questi giorni, che su uno dei colli di fronte, sull'altra sponda del fiume Taro, ha incendiato un sottobosco ormai così secco da bruciare come fosse carta. È finita qui, in uno squallido dehor a cielo aperto per coppiette in fregola amorosa, disseminato di tracce delle loro ansimanti estasi, la vicenda terrena di Gianmario Roveraro, il finanziere di Dio, il «soprannumerario» dell'Opus Dei, il banchiere cattolico che aveva osato sfidare - unico - la Mediobanca laica del piccolissimo e potentissimo Enrico Cuccia. Perdendo, ma soltanto dopo averci provato.
Come sembra remota, dalla località Case Battini di Cisterna di Fornovo (Parma), la Milano signorile da dove Roveraro era scomparso la sera del 5 luglio scorso. Come sembra distante da qui, dal letto asciutto di questo torrente sovrastato da un viadotto autostradale che vibra e rimbomba al passaggio dei Tir, la sua bella casa di via Alberto da Giussano. Un indirizzo defilato, il suo; da soldi veri, da ricchezza celata con discrezione meneghina dietro a una grande porta di legno massiccio. Come stridono, con il ricordo fotografico della sua serena compostezza in mirabili grisaglie sartoriali, le atroci condizioni in cui è stato trovato ciò che restava del suo corpo. E infine, quanto risulta angosciante e crudele la parabola dell'ex traghettatore in Borsa dei colossi industriali finito a fare affari da quattro soldi con tre avidi balordi di provincia. Una parabola. Una triste parabola.
E dire che lui, ligure nato al livello del mare, ad Albenga, in alto aveva sempre puntato. Cominciando da atleta, appena ventenne, sfidando un'asticella alle Olimpiadi di Melbourne del '56. E così aveva proseguito dopo gli studi, con l'esordio nel 1961 nella Milano della grande finanza, prima al gruppo La Centrale e poi nella premiata officina dei dané, lo studio di cambio Foglia-Albertini. Poi, dopo una breve parentesi romana con l'Italfinanziaria, il ritorno sotto la Madonnina, nel '72. Di lì cresce, sale e vede sempre più vicino quell'«alto» che è il suo traguardo. Dopo il gradino della Sade, c’è quello più grosso, come amministratore delegato della Sige (gruppo Imi), l'unica altra banca d'affari italiana in grado almeno di infastidire Mediobanca. È alla sua porta che busserà un rampante Raul Gardini da Ravenna per «addentare» il tempio Montedison. Ed è sempre a lui che si rivolgeranno i fratelli Benetton per quotare in Piazza Affari i loro United colors.
Poi la rottura con l'Imi, nell'87, e l'apertura della sua bottega - pardon, boutique! - raccogliendo attorno a sé una compagine di 160 soci (cresciuti nel tempo fino a 210) pescati fior da fiore nel giardino buono dell'alta finanzia italiana. La battezza Akros, nome ruvido e aspro, quasi a esternare le sue intenzioni: mettersi di traverso, sottrarre spazio, ma soprattutto portar via clienti, denaro e potere all'onnipotente omino in grigio che con lo sguardo fisso sulle punte delle scarpe percorreva ogni giorno, a passo di carica, il percorso dalla propria abitazione all'ufficio di vertice di Mediobanca. E contro Cuccia qualche colpo buono gli riesce, come lo sbarco in Borsa della Parmalat di Calisto Tanzi, anche se il senno di poi ora ci suggerisce che fu forse proprio la sua ardita ingegneria finanziaria a tracciare l'inizio della fine del gruppo di Collecchio.
Ma anche la sua stessa creatura, partita baldanzosa, aveva cominciato a perdere colpi. E a scendere verso il basso. In parte per operazioni sbagliate, in parte per congiunture avverse del mercato, in parte senz'altro anche per la prevedibile controreazione dell'omarino in grigio di Mediobanca. E nel 1998 Roveraro è costretto ad ammettere la sconfitta e ad alzare bandiera bianca, cedendo l'Akros finanziaria alla Bipop, che poi la venderà come Banca Akros alla Popolare di Milano.
Per lui è il crepuscolo professionale, con l'abbandono della rischiosa «carta» a favore di un apparentemente più solido mattone. Alla nuova società dà un nome orizzontale, Yard, unità anglosassone che serve al massimo a misurare i passi di un «pensionato» che tira il bilancio della propria vita e non più, invece, gli ambiziosi balzi verso l'alto. Eppure lui, questa volta come uomo, è ancora là - in alto - che guarda, dedicando sempre più del proprio tempo a quell'Opus Dei che, come rivelò in un'intervista, «mi ha insegnato a trasformare il lavoro in preghiera». Proprio la cosa di cui lui, ora, ha forse più bisogno.