Finardi, ateo spirituale e inquieto: "Col blues mi avvicino alla grazia"

Il cantautore pubblica in questi giorni il cd-dvd-libro della sua opera <em>Suono</em>. E racconta: &quot;La fede accetta la verità rivelata, ma il senso del divino è
solo dentro di noi&quot;

È l’artista guascone che inneggia alla «Musica ribelle» e il guastatore che dedica uno splendido album al poeta dissidente russo Vladimir Vysotsky. È musicista sensibile che ha appena inciso un brano benefico con la figlia di nove anni al violino; è ricercatore colto che fa la voce recitante in un’opera di Tibor Hisany e che ha scritto per il teatro Suono, uscito in questi giorni in cd+dvd+libretto. Il suo collante ideologico è il blues. La vera religione di Eugenio Finardi è la musica. «E non poteva essere altrimenti - puntualizza - perché, essendo nato da una cantante d’opera, sono stato partorito con un acuto».

Ribelle, incazzato, cantore dell'intimo, impegnato nel sociale, Finardi ha vissuto mille stagioni musicali e di vita.
«Io sono sempre stato roboante nelle azioni e nelle parole ma sostanzialmente sono un moderato. Nel Movimento ero considerato un reazionario del Pci perché avevo le mie idee. Dicevano che le mie canzoni facevano la morale, infatti erano dei tazebao. Sono mezzo americano e non sono mai stato marxista, ovvero non sono mai stato contro la proprietà privata. Mi considero un illuminista liberale con il senso della giustizia sociale e della solidarietà».

E il ’68 come l’ha vissuto?
«Da un lato è stata una occasione mancata, la smania di marxismo e il socialismo reale ci hanno distratto dal realizzare una vera svolta. Si è annegati nelle parole invece di creare un’economia più vicina all’Uomo, una forma di capitalismo più soft. Dall'altro fu una stagione di grandi conquiste: il passaggio dal libro Cuore alla modernità».

E lei artisticamente e umanamente come è cambiato da allora?
«Io nasco col blues e vivo le canzoni come un urlo, un ululato alla luna. Ma le canzoni sono legate alle mie esperienze personali, e con la sofferenza sono cambiato molto».

Ci racconti.
«26 anni fa mi è nata una figlia down. È stato uno shock, ho vissuto periodi di grande confusione, riflessi nell’album Dal blu, che si rifà al blues come dolore, malinconia. Un disco di sentimenti, radicalmente diverso dai precedenti, che mi ha fatto perdere parte del mio pubblico. All’epoca facevo rock, ero testa a testa con Vasco ma dopo non era più il mio ruolo. Ho cominciato a stare vicino a mia figlia, a crescere con lei e ad affrontare argomenti più profondi».

Un Finardi diventato spirituale.
«Nei mei brani c’è sempre stata tensione spirituale, ma una spiritualità atea, la più faticosa, perché è difficile accettare che dobbiamo andare avanti da soli sulla via giusta, senza poterci appoggiare ad un padre creato a nostra immagine e somiglianza e che alla fine perdona tutto».

Ovvero?
«La mia spiritualità è la summa delle strutture etiche e morali che portano alla luce della grazia, la pace, la serenità, la comunione con gli altri e con il cosmo».

E questa non è una visione religiosa?
«Piuttosto una visione spirituale. Sento il sentimento del Divino ma non credo ci sia un Essere Supremo che regoli l’Universo. Il senso del divino è dentro di noi ed è la ricerca della verità. Aver fede invece è accettare la verità rivelata. Io credo nell’assoluto della matematica e della geometria che, rese udibili, creano la Musica».

Quindi la musica è la sua religione come dicevamo.
«Da bambino ho provato le più grandi emozioni della mia vita grazie alla voce di mia madre. A Natale andavamo a messa a Milano nella chiesetta inglese di via Solferino e sentivo il suo controcanto, quando eseguiva Silent Night, che sembrava bucare il cielo e arrivare al centro dell’universo. Questo vuol dire essere illuminato dalla grazia. E lo stesso accade quando ascolto Bach o il blues e ciò mi fa capire quanto l’assoluto sia neutro e quanto l’uomo abbia la responsabilità della sue scelte spirituali».

Come fare?
«Ha senso essere ricchissimi in mezzo alla miseria? Come in Brasile dove c’è chi gira in elicottero per non essere rapinato da chi muore di fame. È assurda questa caccia al possesso anzichè al bello. Mio padre mi ha insegnato molto. Lui era un vecchio liberale illuminista. Una notte, a Madesimo, mi portò a guardare le stelle e mi disse: “Guarda che stelle meravigliose, sono talmente grandi e lontane che non ci arriveremo mai ma noi, piccoli uomini, le abbiamo capite: e il vero possesso è la conoscenza”».

Come vede i cantautori di oggi rispetto alla sua generazione?
«Mi piacciono le canzoni che uniscono vocalità, scrittura, messaggio, sentimento. Non importa se tutte queste cose sono fatte da una sola persona. Anche perché gli unici in grado di farlo sono Peter Gabriel e Kate Bush. Io ascolto classica o blues. Infatti presto tornerò alle radici col secondo capitolo di Anima Blues, esplorando il blues di Chicago, un sound più spirituale che mai nella sua sensualità».