Finardi canta l’anima blues «È il mio ritorno alle origini»

Il cantante: «Dalle colline romagnole ai Navigli, ecco il mio lungo viaggio sulle strade della musica del diavolo»

Antonio Lodetti

Gira e rigira si torna sempre alle radici. Eugenio Finardi è cantanutore dai mille volti. Recentemente ha portato in giro in concerto il cd Lo spirito e il silenzio, viaggio intimo e spirituale in cui si cimenta con il Corale della cantata Bwv 147 di Bach e con le preghiere laiche di Richard Beauvois; naturalmente è un maestro nel coniugare il rock con la canzone d’autore.
Però lui viene dalla gloriosa scena blues milanese anni Sessanta (quella di Demetrio Stratos, Alberto Camerini, Walter Calloni) e il blues spicca nel suo dna. Quando sente il suo diabolico richiamo Finardi non sa resistere. Non a caso suona spesso dal vivo con un monumento del blues come Louisiana Red; non a caso il suo ultimo album s’intitola Anima blues ed è un colorito viaggio sulle strade della musica del diavolo. «L’album perduto che non mi hanno mai fatto incidere», ha commentato Finardi che, per questo progetto, ha pagato di tasca sua trasformandosi in discografico e produttore di se stesso. L’album è nato prima sulle colline romagnole e poi lungo il Naviglio, nello studio di registrazione di Mauro Pagani. («Tutto è nato spontanemanete, senza pensarci su troppo, da una jam session». Così Anima blues è diventato anche uno spettacolo che, passando da club come il Blue Note e La salumeria della musica, stasera approda nei grandi spazi del MazdaPalace per la Festa dell’Unità.
Il blues è il pane quotidiano di Finardi. La sua voce duttile spazia dai toni in falsetto a quelli rochi e veementi, è particolarmente adatta all’anarchia metrica del blues, così come la tensione ritmica della sua chitarra e dell’armonica, supportate da grandi musicisti e amici di sempre come Pippo Guarnera alle tastiere, Massimo Martellotta alla chitarra, Vince Vallicelli alle percussioni. Un pizzico di aria del Mississippi, un po’ di atmosfere della Chicago elettrica di Muddy Waters, qualche spruzzo di New Orleans per un sound gagliardo - anche se non sempre ortodosso - che propone una visione attuale e moderna della black music. «Ci vuole l’anima e un pizzico d’alcol in corpo», è il motto di Finardi, che si lascerà andare sull’onda dei suoi nuovi classici come Mama Left Me, gonfia di impaziente rhythm and blues, come Mojo Filtre dai toni rockeggianti, come Heart Of the Country con i continui rimandi al country blues («Torno alle fonti del blues, nella terra dei miei sogni», dice il testo), come Estrellita, divertita parodia tex mex. Non mancheranno le rivisitazioni di brani famosi come Spoonful (inserita nel cd) e Little Red Rooster (entrambe di Willie Dixon) e ai grandi bluesmen di Chicago toccando le sponde del funky e - all’opposto - quelle dell’hard blues con la cover di Woman dei Free. Molto attesa la parentesi acustica, dove Finardi pesca in un ampio repertorio che va a toccare mostri sacri come Robert Johnson (di cui spesso rilegge Love In Vain, già cavallo di battaglia dei primi Rolling Stones), Charley Patton, il predicatore cieco Blind Willie Johnson.
Un concerto con lo spirito e i suoni giusti che, nonostante qualche trasgressione sonora di troppo, per tasso emotivo e spettacolarità dovrebbe accontentare i puristi tanto quanto gli appassionati di rock e quelli dei Finardi più romantico.