Fincantieri, le barricate di Marta alzate solo per fare demagogia

(...) Mario Margini sul caso Fincantieri mi hanno ricordato proprio le ipotesi di scuola sulle cose da non fare e sui possibili danni economici.
Ne abbiamo parlato spesso, ma vale la pena di fare un brevissimo riassunto delle puntate precedenti: Fincantieri è un’azienda di assoluta eccellenza nel settore navalmeccanico ed ha ben otto stabilimenti in tutta Italia, con un’importanza metalmeccanica superiore alla Fiat, che costruiscono navi da crociera, navi militari e megayacht. Fino a pochi anni fa, questi cantieri lavoravano a pieno regime, visto che nel mondo si costruivano molte navi e in Cina e in Corea quasi non si sapeva cosa fossero. Poi, gli ordini di navi sono diminuiti moltissimo e in Europa e, soprattutto a Fincantieri, sono rimaste solo quelle di altissima qualità. Per capirci, niente gasiere o portacontainer, ma navi lussuose da crociera o unità militari di altissimo livello.
In questo quadro, Fincantieri ha avuto la fortuna di avere un amministratore delegato come Giuseppe Bono, nomen omen, che è stato capace di conquistare la stragrande maggioranza delle commesse che c’erano sulla piazza ed ha avuto anche l’intuizione di diversificare, ad esempio puntando sul mercato dei megayacht. E si è anche «inventato» alcuni mercati virtuali, come quello delle carceri galleggianti o quello che mirava al rinnovo delle flotte dei traghetti, che in Italia sono fra le più obsolete del mondo. Poi, certo ci si sono messi, nell’ordine, forze come l’Europa che considera aiuti illeciti gli interventi statali, soprattutto e solo se lo Stato in questione è quello italiano; il governo che ha annunciato moltissime volte interventi per la cantieristica ma, soprattutto da quando Claudio Scajola non siede più sulla poltrona di ministro dello Sviluppo Economico, di questi interventi non si è vista l’ombra. Poi, ciliegina sulla torta, parole come quelle di Marta Vincenzi che non ha perso occasione di tacere e, sulle carceri galleggianti, non ha trovato meglio che citare «Alcatraz» e dire prima addirittura che il progetto partisse che lei era contraria senza se e senza ma. Poi, quando gli operai le hanno detto che senza carceri rischiavano il posto, ha spiegato che le carceri galleggianti le stavano bene, purchè non venissero poste nel mare davanti a Genova. Poi, non si sono fatte del tutto e anche Marta si è calmata, non senza aver detto che, per evitare il ridimensionamento di Sestri si sarebbe messa di traverso sui binari ferroviari, rischiando che qualcuno la prendesse sul serio e schiacciasse il pulsante «start» del locomotore. I volontari sarebbero stati parecchi.
In questo quadro, è chiaro che tre cantieri nel giro di cento chilometri - quello di Sestri Ponente, quello di Riva Trigoso e quello spezzino del Muggiano - non possono reggere. E che chiunque dica il contrario, o non capisce nulla di economia o è in mala fede. Soprattutto credo che si tratti di gente che vuole, in qualche modo, speculare sugli operai per obiettivi elettorali o politici, rischiando di creare pericolose illusioni. E di gente così ce n’è tanta a sinistra, ma non mancano esponenti neppure a destra.
Invece io credo sia arrivato il tempo della responsabilità, della serietà, del rifiuto della demagogia. Perchè cantieri navali dove non si costruiscono navi non sono cantieri navali, ma sono ammortizzatori sociali. E un lavoro finto non è un lavoro.
Soprattutto, trovo folle l’idea che si difenda un lavoro falso - cioè costruire navi dove non ci sono più navi da costruire - piuttosto che pensare a creare un lavoro vero. E, fra l’altro, i lavori veri possono essere parecchi: dalle riparazioni navali, a qualcosa legato ad Ansaldo Energia, ad altre soluzioni, magari collegate alla portualità o all’alta tecnologia, che possono essere volano di sviluppo per Genova.
Insomma, l’idea di mantenere in vita un cantiere navale per non costruire navi è perfettamente identica all’idea di scavare buche per poi riempirle. E qui torniamo ai libri di economia politica e agli insegnamenti di John Maynard Keynes che diceva che, in periodi di crisi, questa poteva essere una buona soluzione, in modo da dare un salario a coloro che scavavano e da far nascere negozi e osterie dove la gente spende soldi attorno alle buche. Insomma, un volano per l’economia.
A me, che pure ammiro una parte della teoria keynesiana, questa tesi non ha mai convinto. Così come l’idea di tenere aperti tre cantieri quando ne sarebbe sufficiente uno - ovviamente utilizzando i lavoratori degli altri due cantieri in altre attività, più utili socialmente e anche più gratificanti per gli stessi operai e impiegati - mi sembra una cosa molto da economia pianificata di stampo sovietico. E non escludo che le letture che ispirano alcuni degli ispiratori ideali di Mario Margini siano proprio quelle dei piani quinquennali.
Insomma, mi pare che in Fincantieri alcuni dei contrari alla svolta liberal di Bono, fin dai tempi in cui si opposero alla quotazione in Borsa, siano legati alla «sindrome burocratica» così come la raccontava John Kenneth Galbraith in La buona società: «In primo luogo c’è il desiderio di chiunque ricopra una posizione di responsabilità di avere a sua disposizione un numero di collaboratori che appaia adeguato al suo ruolo. Questi dipendenti, a loro volta, hanno il desiderio ed il bisogno solo apparente di altri collaboratori (...) Da uno staff numeroso e deferente derivano il potere ed il piacere di esercitarlo (...) Un modo comune per giudicare il valore di un individuo è il numero dei suoi collaboratori: “Quante persone ha sotto di lui?“. Ecco, la proliferazione dei cantieri funziona un po’ così. Non è detto che servano, ma servono a garantire ruoli, posizioni e posti non necessariamente indispensabili, anzi.
E, giusto per finire con l’economia, ripassiamo pure l’utilità marginale, il concetto per cui la prima sorsata di birra nel deserto ha un valore straordinario per l’assetato, la seconda un po’ meno e la millesima sorsata ha un valore nullo.
Tre cantieri in Liguria sono la millesima sorsata.