Fincantieri, la battaglia che fa affondare Sestri

(...) Ma il secondo, il secondo no. Non fai più niente». Non ci sono più i clienti delle ditte esterne che arrivano, gli operai mangiano in mensa e gli incassi precipitano. Vertiginosamente. E nei giorni di blocco, poi, non fai nemmeno un coperto. «Perché credi che vendere un panino, ti risolva qualcosa?».
Ecco l’altra faccia della battaglia di Fincantieri, qui a Sestri Ponente, nel quartiere più rosso della città, dove la condivisione della lotta degli operai è una realtà palpabile ed evidente tanto quanto l’aria che si respira. Guai a mettere in dubbio le ragioni delle tute blu e le forme della protesta, anche se a farne le spese è un intero quartiere. «Anzi, dovrebbero fare più casino. Gliel’ho detto io che devono occupare la città intera», si accalorano i pasionari.
Ma tant’è che da quando è iniziata tutta questa dolorosa vicenda, c’è un gruppo di commercianti che, loro malgrado, sta facendo i conti con gli scioperi dello stabilimento, con i blocchi delle strade e delle autostrade. Soprattutto con la possibilità che il cantiere prima o poi chiuda definitivamente. E allora sì che sarebbero dolori. Per tutta Sestri, certamente. Ma in special modo per i quindici locali di via Soliman che hanno sempre vissuto fino ad adesso dell’indotto della Fincantieri. Perché se la nave affonda, affondano anche tutti gli altri. «Ormai dobbiamo ragionare come se non ci fosse più - racconta la ragazza del bar -. Cambierò tipologia, farò il karaoke, sposterò l’apertura più in là verso la sera». D’accordo, però anche queste continue manifestazioni non vi aiutano negli incassi. «Per il futuro, meglio ingoiare ora e sperare che continuino a lavorare».
Sulla vetrina della tavola calda, c’è il cartello appeso che dice: «Non chiudete Sestri Ponente». «Siamo stati fermi anche un giorno in segno di solidarietà - racconta la proprietaria del locale -, noi ce l’abbiamo con lo Stato e con l’azienda. Ma per noi questa storia è un disastro economico». È da giugno che manca il lavoro, prima
giravi nel quartiere in una giornata qualsiasi e dalle 11.30 alle 15 vedevi la coda fuori dai locali. «La coda. Ora se ci sono un paio di persone, è già tanto. Abbiamo più che dimezzato gli incassi». E se chiude Fincantieri? «Sestri è morta, già lo è così. Figurati senza cantiere. Taglieremo il personale, lavoreremo di sera. Cosa dobbiamo fare?».
Racconta il titolare della trattoria all’angolo di via Soliman che quando Fincantieri andava a pieno regime, c’erano 5/6mila persone che gravitavano intorno allo stabilimento. Tempi d’oro. «Ora invece stiamo a zero. Le ripercussioni di questa situazione: basta che si guardi intorno. Lo vede lei dai coperti». Che sono al massimo cinque o sei, nell’ora di punta di un venerdì come tanti altri.
Il ragionamento non cambia: se Fincantieri cessa l’attività e gli operai vanno in casa integrazione, per forza i locali dovranno riorganizzarsi, ripensare l’attività. Questione di sopravvivenza.
«Anche per i supermercati che facevano i panini per i lavoratori, vale la stessa cosa. Io sono trent’anni che vivo qui. Prima c’era la fila davanti ai negozi, ora è tutto vuoto». Il crollo degli incassi, quello violento, saranno un paio di mesi che è iniziato. Ma la situazione va male almeno da un anno, quando il cantiere ha iniziato a lavorare su una nave soltanto.
«Il vero introito di questo settore sono le ditte esterne che allestiscono le imbarcazioni. La difficoltà più grande ora è non vedere alternative. Sì, certo, potremmo far da mangiare a 30/40 euro. Ma chi ci viene poi? Noi lavoriamo sui 10/12 euro a coperto e come ti reinventi così?».
Tabaccai, gommisti, ristoratori, baristi. Prima di iniziare a parlare, il ragazzo del garage a ore, fa la sua premessa di rito. Condivisa, sentita e partecipata, come tutti gli altri, per carità. «Siamo solidali con loro, hanno tutte le ragioni del mondo a protestare». Ma quando ci sono i blocchi a lui non arrivano neanche i pezzi di ricambio, quindi niente clienti, niente entrate. «Il problema è che la stanno tirando in lungo già da un po’. E anche noi dobbiamo lavorare».