Fincantieri, sopravvivenza a rischio se non parte almeno l’Ipo dimezzata

La quotazione consentirebbe di incassare 400 milioni di euro da destinare alla crescita La data decisiva è fissata per il 18 luglio

da Milano

Fincantieri nuova Alitalia? Per ora no, ma se il governo non si sveglia e supera i veti dei sindacati, o meglio, di Cgil-Fiom, dando al via a quella che ormai è diventata una Ipo dimezzata, la società cantieristica controllata da Fintecna (98,8%, mentre l'1,2% è di Citibank), rischia seri problemi. Non di crescita. Di sopravvivenza.
Giuseppe Bono, ad di Fincantieri, ha messo a punto un piano industriale che richiede entro il 2011 circa 850 milioni per sostenere la crescita e reggere una concorrenza sempre più agguerrita, a partire da quella coreana. Per migliorare la competitività servono 600 milioni, 250 sono destinati ad acquisire cantieri all'estero, negli Usa, in Europa dell'Est, nei Caraibi.
Lo strumento scelto per ottenere questo risultato è un aumento di capitale con contestuale collocamento in Borsa, una operazione da un miliardo. L'idea iniziale prevedeva il collocamento di almeno il 65% del capitale, ma questo progetto è stato silurato da sindacati e ultrasinistra. La mano pubblica deve pesare almeno per il 51%. Il perché non è dato saperlo, visto che per blindare Finmeccanica, ben più impegnata sul militare, basta un 30%. E poi perché mai Fincantieri non può essere interamente privatizzata? Il business commerciale non è certo "strategico" e il militare pesa per il 20% dei ricavi. Nulla vieta di privatizzare, prevedendo gli opportuni controlli. È così in Gran Bretagna, Usa, anche in Germania e in qualche misura in Francia e Spagna. Ma in Italia una proposta del genere è eresia.
L'Ipo dimezzata consentirà comunque di ottenere circa 400 milioni, il resto arriverà dall’autofinanziamento. Ma sindacato e un pugno di politici della maggioranza, con l'appoggio dei sindaci delle città sede di cantieri, riescono a bloccare tutto. Il prossimo appuntamento è per il 18 luglio. Bisogna decidere. Anche perché chi si oppone allo sbarco in Borsa, alle acquisizioni all'estero, alla diversificazione, pensando che status quo e controllo statale siano garanzia di occupazione e stipendio, non si rende conto della realtà del mercato e di come sta evolvendo la cantieristica mondiale, anche in quel comparto militare che garantisce i margini più elevati e in cui, in Europa, c'è una enorme sovraccapacità.
Fincantieri oggi ha conti in ordine, nessun debito e un ricco portafoglio commesse. Potrebbe andare anche meglio, ristrutturandosi ancora e chiudendo due o tre cantieri poco efficienti, ma se non si adatta al mercato rischia una crisi già a medio termine.