Fincantieri va in Borsa: accordo governo-sindacati

Il 51% rimarrà allo Stato Quotazione a inizio 2008

da Milano

Dopo tanti rinvii, finalmente arriva il via libera del governo alla parziale privatizzazione di Fincantieri. Le procedure saranno avviate immediatamente, con l’obiettivo di arrivare alla quotazione entro i primi mesi del 2008, attraverso una operazione che vale circa 1 miliardo di euro, tra aumento di capitale e contestuale collocamento in Borsa.
Ma per ottenere il placet dei sindacati e superare l’opposizione dei partiti dell’ultrasinistra e di alcuni dei sindaci delle città dove hanno sede i cantieri navali, il governo ha dovuto ancor più blindare il controllo statale sulla azienda cantieristica: non solo il 51% del capitale rimarrà in mano pubblica, ma il pacchetto sarà trasferito da Fintecna (che attualmente ha il 98,2%, con l’1,2% posseduto da Citibank) al ministero dell’Economia.
E non basta ancora. Anche il piano industriale è stato sottoposto ad un duro attacco, che ha costretto ad esempio a rinunciare ai piani di acquisto di un cantiere “low cost” nell’Est europeo perché i sindacati vedevano questa operazione non come un tentativo di ampliare il business entrando in nuove fasce di mercato, ma come un tentativo di delocalizzare attività oggi condotte in Italia. E altri aspetti del piano rischiano di dover essere modificati.
Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, potrà procedere con l’operazione che permetterà di rastrellare sul mercato circa 400 degli 850 milioni di euro di investimenti che il suo piano industriale prevede entro il 2011. Il resto sarà autofinanziato dalla società.
Rispetto ai progetti iniziali lo sbarco in Borsa di Fincantieri è stato via via ridimensionato. All’inizio si parlava di collocare il 65% del capitale, ottenendo più soldi e lasciando maggiore libertà di manovra finanziaria alla società. Ma sindacati e gli statalisti ad oltranza hanno affondato il progetto. E per fortuna che Fincantieri ha i conti in ordine, non ha debiti e vanta un ricco portafoglio ordini.
Bono però si è dovuto accontentare di una Ipo dimezzata, ed il grosso delle risorse dovrà essere consacrato agli investimenti in Italia (600 milioni su 850) mentre solo 250 milioni potranno essere destinati all’acquisizione di nuovi cantieri, in particolare uno negli Usa per tentare di penetrare il mercato delle costruzioni militari statunitensi e uno nei Carabi, nella Bahamas, per sfruttare il business della manutenzione delle grandi navi da crociera.
La sfida industriale quindi è più difficile di quanto avrebbe potuto essere. E si spera che questa dimostrazione di forza sindacale e partitica non scoraggi gli investitori che tra qualche mese dovranno aprire i portafogli per acquistare i titoli di una società… a sovranità limitata.