Fincher porta un serial killer sulla Croisette

Oggi Dario Argento presenterà l’edizione restaurata del suo «Suspiria»

da Cannes

Primo film hollywoodiano in concorso al Festival di Cannes, Zodiac di David Fincher è da oggi anche nelle sale italiane. Lungo (oltre due ore e mezza) e insolito, evita i luoghi comuni fincheriani e il lieto fine. L'assassino seriale naturalmente c'è ed è realmente esistito; manipola polizia e stampa, ma i luoghi comuni - in parte accolti, in parte ideati da Se7en, il film più noto di Fincher - mancano. Affiora piuttosto l'eco dell'unico altro suo film da festival: Fight Club (Mostra di Venezia, 1999).
Zodiac presenta San Francisco e dintorni fra 1969 e decennio Settanta con una certa freddezza di colori e anche di affetti. Nessuna nostalgia per l'epoca degli hippies, anche se il personaggio di Robert Downey jr. è un giornalista stravagante, che oggi, sempre che venisse assunto, sarebbe licenziato. Più facilmente troverebbe tuttora lavoro il disegnatore dall'aria attonita di Jake Gyllenhaal, perché fa di tutto per meritare la consolidata fama di scemo della redazione, sebbene poi sfoderi il senso dell'iniziativa che l'ha reso relativamente noto. Quanto al volonteroso e confusionario poliziotto di Mark Ruffalo, che parla con le mani e veste con i piedi, non emula Starsky & Hutch, caso mai, per sciatteria, Columbo (da noi Colombo).
A Cannes, Fincher è arrivato ieri con Gyllenhall, Ruffolo e Chloe de Sevigny (nel film legata al personaggio di Gyllenhall) segno di grande attenzione per questa tribuna, alla quale si presenta per la prima volta. «Non volevo più fare film su assassini seriali» - mi dice Fincher. Precedendo la domanda che l'affermazione necessariamente comporta, visto che il film poi l'ha fatto, aggiunge: «Mai dire mai. Quando ho letto la sceneggiatura che Angus Wall ha tratto dal libro di Robert Graysmith, essa mi ha riportato ai miei sette anni, quando i torpedoni scolastici della mia scuola erano scortati dalla polizia, perché era giunta la minaccia dell'assassino». Mai preso e nel frattempo morto. Era noto come Zodiac, perché il simbolo che aveva adottato - un cerchio attorno a una croce, definibile come il centro di un mirino o una croce celtica - era quello che appariva su un modello di orologio da polso molto reclamizzato in quel periodo: lo Zodiac appunto.
L'assassino non solo rivendicava i delitti, ma aveva ideato un codice, con il quale comunicava con polizia e stampa. Più che un ossessione di visibilità, ne aveva una di presenza invisibile, ma determinante, che rendeva palpabile col ricatto. «Applicava le tecniche che oggi si confanno ai terroristi, ma allora nessuno colse questo lato», continua Fincher. «E il caso è rimasto aperto, perché c'è stato un sospettato, ma non si sono mai avute le prove per arrestarlo. È morto libero».
Ossessione di uccidere per l'assassino, ossessione di prenderlo per il poliziotto di Mark Ruffalo e per il giornalista di Jake Gyllenhall, che si sono rovinati l'esistenza, l'uno per fare il suo lavoro, il secondo forse perché il suo lavoro lo deludeva. A proposito di delusione: il pubblico degli assassini seriali è sfortunatamente altrettanto seriale, perché non propende per l'inventiva. E, in più, raramente conoscerà un classico del cinema come La pericolosa partita di Ernest Schoedsack (1932), evocato quale modello del comportamento dell'assassino.
Perciò chi rimpiange Se7en o è devoto alla varia «argenteria», da questo Festival di Cannes avrà maggiori soddisfazioni con Suspiria, restaurato per l'occasione: oggi Dario Argento è qui proprio per presentarlo.