A fine anno Napolitano spieghi perché ha «salvato» Prodi

Alcuni, attribuendo evidentemente a Giorgio Napolitano un coraggio superiore alle sue forze, gli avevano chiesto la settimana scorsa di rinviare alle Camere la legge finanziaria, visto che ne aveva duramente, e giustamente, criticato il percorso e il contenuto mentre i deputati si accingevano ad approvarla in via definitiva con il solito accorgimento della fiducia. In effetti, sarebbe stato opportuno e coerente obbligare il Parlamento a un supplemento d’esame, anche a costo di rendere inevitabile per qualche settimana l’esercizio provvisorio del bilancio. Che d’altronde un uomo di provata esperienza governativa e parlamentare come il senatore a vita Giulio Andreotti aveva esortato nel concitato passaggio della legge nell’aula di Palazzo Madama a non demonizzzare, preferendolo ad una Finanziaria anomala e scandalosa come quella appena blindata dal governo con un maxi-emendamento di ben 1365 commi. Alcuni dei quali peraltro, a cominciare da quello sulla sostanziale sanatoria dei reati contabili, erano stati immediatamente sconfessati dallo stesso governo, affrettatosi a garantirne l’abolizione con un decreto legge: roba semplicemente da manicomio.
Il presidente della Repubblica, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto negare le attenuanti rivendicate da Romano Prodi con il ricordo delle due leggi finanziarie dei precedenti governi di Silvio Berlusconi, passate anch’esse con il voto di fiducia su maxi-emendamenti. Essi furono di 498 commi nel 2004 e di 572 nel 2005: assai meno della metà di quelli che Prodi ha fatto cadere come coriandoli sul Parlamento in una sessione di bilancio che è stata - diciamo la verità - un Carnevale fuori stagione. Fra l’altro, è accaduto solo con l’attuale presidente del Consiglio che la legge finanziaria tanto alla Camera quanto al Senato sia approdata in aula senza completare il passaggio nelle rispettive commissioni Bilancio, trattenute entrambe dall’ostruzionismo non dell’opposizione, come si è cercato con metodo truffaldino di far credere, ma dalla inesauribile produzione di emendamenti della maggioranza e dello stesso governo.
Ce n’era insomma abbastanza perché il capo dello Stato negasse con un rinvio la copertura che ha invece concesso al presidente del Consiglio dopo la pur clamorosa denuncia della «mortificazione» inferta al Parlamento con una gestione della legge finanziaria contrassegnata dalla disinvoltura, diciamo pure dall’arroganza. Che tra le pieghe di poco consolanti auguri natalizi Valentino Parlato sul Manifesto ha contestato a Prodi commentando l’intervista al Tg1 nella quale il presidente del Consiglio si era in un certo senso vantato dei fischi che ormai raccoglie ovunque perché - aveva detto - «non si governa per essere popolari, ma per cambiare il Paese». Che in democrazia - gli ha giustamente ricordato il buon Valentino - «non si cambia senza il consenso del popolo, che è vario», molto più di quanto immaginino Prodi e i suoi consiglieri.
Visto che promulgando una Finanziaria che avrebbe potuto e dovuto rinviare alle Camere Napolitano ha di fatto salvato il governo prolungandone l’agonia, mi auguro che il capo dello Stato usi l’imminente messaggio televisivo di Capodanno per un colpo pur tardivo di reni. Basterebbe ch’egli s’impegnasse a non promulgare più in prima battuta Finanziarie come quella che ha permesso a Prodi d’incassare. Ci dica, per cortesia, che è stata davvero l’ultima volta.