È la fine dell'ufficio (ma ridateci almeno la porta)

Tony Damascelli

Bellissima la vita all'aria aperta. Una felice odissea nello spazio. Ma se il suddetto spazio viene delimitato da quattro muri, tipo ufficio per intenderci, ecco che allora l'open space diventa prigione, cella, gabbio perché soffoca la nostra intimità. Bei tempi quelli in cui, stando chiusi, isolati all'interno del proprio ufficio o stanza, potevamo starcene gambe all'aria, un po' delabré, qualcuno nettandosi unghie e altre coane, altri con postura yankee, piedi sulla scrivania, tutti, comunque, al telefono per dire cose mille, pettegolezzi e frasi d'amore o di acchiappo, tresconi e appuntamenti clandestini. Venne il maledetto giorno e la maledetta pensata di tirare giù i muri, non quello di Berlino ovviamente. E allora il nostro rifugio, la tana dei segreti si trasformò in un enorme cortile, in un condominio con tutti gli inquilini attenti ad origliare il vicino non di alloggio ma di scrivania. Brutta roba la comunità nei posti di lavoro. Per esempio: ti arriva l'amico o l'amica, visita improvvisa e tutti si voltano a scrutare l'individuo, scannerizzato in secondi dieci, rivoltati come un calzino tu e lui o lei. Niente, fine della cosiddetta privacy, confini aperti, anche un sospiro, uno starnuto o affini può provocare tensione e curiosità. Sono formalmente e sostanzialmente contrario alla caduta dei muri perché se dovessimo applicare la proprietà transitiva allora dovremmo abbattere anche quelli di casa, tutti assieme appassionatamente, open space al primo piano, al secondo e su fino alla soffitta, un via vai di gente, di umori e afrori. In verità trattasi di provocazione.

Lo spazio aperto negli uffici serve a controllare che il lavoro vada via sciolto, che nessuno si distragga, che il tempo, quello sì, sia chiuso, occupato dall'impegno minuto per minuto, poi quando suona la campanella, scatta l'ora X, non quella del caffè, via tutti, assieme, fuga per la libertà. Il grande fratello osserva, vigila, segnala, registra e noi fessi nemmeno ci accorgiamo dell'intruso.

Eppure non c'è soluzione, in banca, negli uffici postali, in qualunque altro posto di lavoro fatta eccezione per la stanza del capo, quella è apribile ma non aperta, doveroso il colpo all'uscio per presentarsi, pericoloso sporgersi perché si potrebbe cogliere il numero uno in posture imbarazzanti o alle prese a sfogliare pagine e fotografie inquietanti. Ormai non possiamo nemmeno più strillare. «La portaaa! Chiudere la porta, per favoreee!». Non esiste più nemmeno quella, portata via dai demolitori, inutile affacciarsi alle finestre, fine di balconi e davanzali, viva la Lego.

Totale: condivido e sottoscrivo il titolo che l'inglese The Guardian riservò al tema: «Gli uffici open space sono stati creati da Satana nelle caverne più profonde dell'inferno».

Il paradiso può attendere.