Fine del mielismo L’arte di dirigere tutti i media in un colpo solo

Il mielismo, dunque. Questa curiosa categoria del giornalismo su cui si sono scritte parole inutili, o magari solo banali. Lui, Paolo Mieli, lascia la direzione del Corriere e poiché io lo stimo moltissimo e gli voglio bene, me ne dispiace. Non che abbia condiviso tutto, anzi. Ma lo stile di Paolo è ciò che ha creato il nuovo giornalismo moderno, dopo la modernizzazione sontuosa e audace di Repubblica ai tempi in cui non avevano ancora rinchiuso Scalfari nel magazzino delle scope a scrivere fondi domenicali. La Repubblica di Ezio Mauro, sibaritica e rozzamente partigiana per quanta fuffa le venga inzeppata dentro, non ha più nulla da insegnare, da anni. Il Corriere della Sera di Paolo Mieli, sì. Anche oggi che Mieli lascia. Io li ho avuti tutti e tre come direttori e come amici, Eugenio, Paolo ed Ezio, anche se con il primo e con l’ultimo non è finita bene per motivi politici.
Paolo è stato estromesso dal Corriere e gli succede Ferruccio de Bortoli che fu anche colui che gli succedette, quando Mieli lasciò una prima volta, e poi dopo Stefano Folli. Sembrano, messi in fila, più che nomi di persone, cavallini della giostra. Tu ti fermi e li vedi passare, uno dopo l’altro, sempre loro, cambiano solo i finimenti.
Mieli viene dimesso dal Corriere per una questione di assetti ed equilibri societari e padronali. Nulla, ma proprio nulla, che abbia a che fare con l’informazione, la sua qualità, la sua onestà, la sua completezza, il suo ruolo di servizio pubblico. Le banche, i debiti, i poteri, gli equilibri, i salotti, i tavoli, i miliardi, gli interessi, tutto un giro di valzer della cui comprensione gli esseri umani, i cittadini utenti, sono graziosamente esentati: apprendono che Mieli lascia il Corriere come potrebbero apprendere che è caduta una slavina in Val Camonica. Un fatto che non richiede spiegazioni.
Noi, io, le spiegazioni non le sappiamo e non possiamo darle.
Posso dire che tutto ciò non mi piace, democraticamente parlando, perché ormai sono diventato un settario fanatico della tutela della libertà, che ha come fondamento e presupposto, condizione necessaria e anche sufficiente, l’accesso alla verità, alla verità semplice, non filosofica, alla verità del buon giornalismo, per cui i fatti sono i fatti e andarono così e così. L’uscita di Mieli apre il gioco della sedia e del cerino perché se De Bortoli lascia il Sole 24Ore e Riotta va al suo posto, lascia scoperta la poltrona del direttore del Tg1 e si fanno i nomi che girano e che non si dicono perché sono nomi che girano, ma girano un sacco di nomi. Siamo alla vigilia, anzi all’inizio di uno tsunami delle direzioni dei giornali perché la legge che regola il rapporto fra verità e consenso è nota e dunque il rubinetto della verità vale più di quello che regola il petrolio.
Il mielismo dunque è in crisi. Spero bene che Paolo Mieli torni a darsi al giornalismo e non soltanto agli studi storici che fecero di lui, allievo di De Felice, un eretico dubbioso e fecondo della sinistra radicale e uno studioso tanto serio quanto disincantato.
Negli ultimi tempi il suo Corriere mi sembrava molto filogovernativo e la cosa mi sorprendeva, ma anche molto corretto. Mieli, non dimentichiamolo, fu quello che fece di fatto cadere il primo governo Berlusconi dando l’annuncio del famoso avviso di garanzia di Napoli che provocò il ribaltone. L’annuncio di garanzia finì in una vittoria giudiziaria di Berlusconi, ma intanto il governo cadde e Paolo aveva in pugno la pistola fumante.
Un giorno che venne a Roma passeggiammo per ore intorno allo stesso blocco di isolati parlando del futuro e io gli dissi che volevo dare l’anima a una destra liberale. Spiegai che era per questo che stavo con Berlusconi: perché aveva promesso una rivoluzione liberale di cui, questa la mia opinione malgrado le recenti dichiarazioni, non ha tuttora la più pallida idea. Mi disse che ero matto, ma che ero anche eroico. Paolo è un uomo che sa valutare i giochi del potere, sa sedere a tavola col potere, sa fare la sua parte e tuttavia restare se stesso. Ma capisce le persone, è un sentimentale, sa ridere ed è spesso triste. Dicono che se ne va anche perché avrebbe rifiutato di avviare un piano micidiale di ristrutturazione del giornale che manderà a casa gran parte del personale.
«Il Corriere è una nave enorme e tu non puoi metterti in cabina e guidarla come se fosse un motoscafo. Devi sempre stare in mezzo ai tuoi capitani e nostromi e mettere insieme con loro la rotta. Poi, un giorno dopo l’altro, introduci piccole correzioni, miglioramenti, introduci novità e alla fine cambi la nave e la rotta».
Così mi disse quando arrivò al Corriere lasciandomi alla Stampa dove mi aveva portato salvandomi da Repubblica dove ormai per me l’aria era irrespirabile. Alla Stampa lasciò il suo condirettore Ezio Mauro con cui aveva stipulato un patto durante uno storico viaggio a Pechino, quando i due decisero una staffetta fra Repubblica, Corriere e Repubblica. Anche l’Unità, in seconda fila, era della partita, quando Walter Veltroni ne era il direttore e Paolo con Ezio, per telefono e per fax gli disegnavano la prima pagina concordando insieme i titoli di apertura, di spalla e di taglio. Ogni giornale si lasciava poi una notizia buffa e fuori concorso per un taglio basso. Mieli per un certo periodo governò l’informazione intera, anche perché Rai3 seguiva Repubblica e i telegiornali facevano la loro scaletta basandosi su quello che i tre quotidiani maggiori, Corriere, Repubblica e Stampa, decidevano. La televisione seguiva la grande stampa e la piccola stampa seguiva la televisione e tutti insieme seguivano Paolo Mieli. Naturalmente parlo di cose che ho visto con i miei occhi e anzi alle quali ho partecipato. In fondo c’era una centrale direttiva ed era quella di Paolo e centrali succursali che si attenevano al canone Mieli.
Ma soltanto Paolo Mieli sapeva fare il giornale seguendo la filosofia del mielismo che consiste nel costruire un percorso ideale per il lettore, fatto di tappe faticose e tappe di riposo. Si disse che aveva messo in minigonna il Corriere, ma non è così. Paolo Mieli è curioso e pettegolo, vuole sapere sempre tutto di tutti e ha sempre in mente la geografia delle unioni di ogni genere, a cominciare da quelle amorose. Nessun flirt redazionale nel raggio di mille chilometri è sfuggito al suo monitoraggio, così come nessun libro importante, svolta filosofica, scientifica, economica.
Il suo giornale era fatto di panchine, viste sul parco, trailer, minuzie, notizie piccanti, in una salsa mielesca che rendeva digeribili alcune mattonate di natura culturale o storica. Le pagine della cultura diventarono il palcoscenico della storia e della storiografia, di ogni revisionismo onesto e contropelo. Io da lui ho imparato l’arte della sorpresa: bisogna sempre comparire dove non ti aspettano, mai essere dove tutti ti pensano. Essere in anticipo, sparigliare, provocare e sanare la ferita, saziare appetiti dopo averli coltivati, insieme ad un naturale spirito di eleganza e di piacere per il graffio, ecco il mielismo come l’ho capito io. Non cito i grandi nomi di chi lo ha affiancato, salvo quello di un altro grande amico e studioso come Pigi Battista, perché il teatro giornalistico di Mieli può usare tutti e nessuno, cambiare attori e scenari, fornendo sempre uno spettacolo di qualità.
Naturalmente poi il mielismo è stato copiato, banalizzato, involgarito e lo stesso Corriere non ha più saputo ritrovare lo stesso canone, il che fa parte della legge dell’evoluzione. Oggi Paolo Mieli non è più al Corriere e quella formula magica se ne va con lui non perché sia misteriosa, ma perché solo lui sa confezionarla nelle giuste dosi. Ora l’intera informazione italiana sarà strappata e contorta, convulsamente, e avremo una buona danza di nomine, voci, pettegolezzi, delusioni e trovate dell’ultim’ora. Se ci fosse ancora Paolo al comando ci sarebbe stato di che divertirsi.