La fine di un mito. Ora ai turchi è vietato fumare come turchi

I ristoratori in rivolta: senza il narghilè i caffè non hanno più senso, e molti cittadini fanno causa allo Stato per aver offeso la loro identità

Istanbul - Addio al detto «fumare come un turco». L'unico Paese della Mezzaluna a vocazione europea ha iniziato il 2008 con una brutta sorpresa. Il Parlamento di Ankara ha approvato una legge che proibisce le sigarette nei locali pubblici, anche all'aperto.

Divieto totale in ospedali, scuole e università. I turchi si dovranno scordare le bionde anche in luoghi come stadi, impianti sportivi, terrazze, verande e giardini dei luoghi di cura. Coinvolti anche bar e ristoranti, che potranno destinare ai tabagisti una saletta, ma che dovranno mettersi a norma con impianti di aerazione capaci di eliminare l'odore del fumo e garantire alle clientela aria non dannosa per la sua salute. Il divieto riguarda anche il narghilè, l'apparecchio che i turchi utilizzano per fumare tabacco aromatizzato e che rappresenta una delle tradizioni più radicate in Anatolia. Per chi non si adegua sono in arrivo multe salate. I locali che non osservano la nuova norma pagheranno da 500 a 5000 nuove lire turche, ossia tra 295 e 2950 euro. Chi fuma dove non è consentito pagherà un'ammenda di circa 30 euro. Il disegno di legge era fermo nella commissione Sanità del Parlamento dal marzo 2006.

Si tratta di una svolta epocale. Fumare è considerato uno dei tratti peculiari dell'anima turca e la decisione del governo islamico-moderato sta suscitando aspre polemiche nel Paese. Del resto, a metà dicembre, il premier Recep Tayyip Erdogan, era stato categorico. «La nostra Nazione inizierà il 2008 con una legge in linea con quelle europee - aveva detto, annunciando il voto della legge in gennaio - bisogna pensare alla salute del popolo turco. Fumare fa più vittime del terrorismo».

E per dare il buon esempio, lui che di sigarette ne consuma un pacchetto al giorno, lo scorso anno aveva bandito le bionde dall'aereo di Stato, obbligando tutti i ministri del suo governo a fare altrettanto. Non gli si può dare torto. L'iniziativa è lodevole, in Turchia è necessaria. Nel Paese ogni anno 100mila persone muoiono per malattie derivate dal fumo. Quello della Mezzaluna è il settimo mercato del tabacco a livello mondiale, con 100 miliardi di bionde fumate ogni giorno anzi bevute, come si dice in turco. L'età media della prima sigaretta è di 11 anni.

Tuttavia c'è chi non ha intenzione di arrendersi davanti a quello che reputa non solo un suo diritto, ma un’affermazione dell'identità nazionale. Alcuni ristoratori, soprattutto a Istanbul, hanno chiesto al governo di intervenire con ammortizzatori sociali perché il divieto e le spese per adeguarsi alle nuove normative influiranno in modo negativo sui loro bilanci.

L'Associazione dei proprietari di caffè turchi ha chiesto di fare eccezione per la loro categoria professionale, aggiungendo che un caffè turco senza la possibilità di fumare il narghilè non ha ragione di esistere.

Ma il governo ha promesso tolleranza zero. E mentre c'è chi vuole fare causa allo Stato per aver infranto l'articolo 301 e offeso l'identità turca, impedendo al popolo di fumare, c'è anche chi si sta organizzando. Alcune grandi aziende nazionali hanno colto l'occasione per pagare ai propri dipendenti dei corsi si disintossicazione da nicotina, tutelando la loro salute e allo stesso tempo aumentandone la produttività, privandoli della «pausa sigaretta». Almeno nei giardini i turchi si potranno ritrovare con la tazzina di caffè in una mano e l’adorata bionda nell’altra.