«Una fine quasi da martire, è stato un modello di vita»

Paolo Gualtieri, uno dei suoi soci: «Abbiamo sperato fino alla fine. Era un uomo prudente e corretto»

Gaia Cesare

da Milano

«Una fine quasi da martire». Giuseppe Corigliano, portavoce dell’Opus Dei, il primo riferimento, a caldo, lo fa sull’efferatezza con cui gli assassini si sono accaniti contro il finanziere e amico Gianmario Roveraro. Poi le parole sono pesate ma non meno sincere: «Lascia un ricordo indelebile e rappresenta un modello di vita. In tanti anni di amicizia per lui, la mia stima non ha fatto che aumentare. Esprimo la serena fiducia che Gianmarco abbia già ricevuto da Dio il premio delle sue tante virtù, quelle di persona intelligente, generosa, nobile e gentile».
Choc, sgomento, incredulità. In questi giorni di attesa le persone care al finanziere avevano sperato fino in fondo in un epilogo diverso. Fino alla notizia di questa mattina. La famiglia ora preferisce chiudersi nel silenzio, schivare per un po’ i clamori di questa tragica storia, per vivere nella massima riservatezza un dolore incolmabile quanto inatteso fino al giorno dell’inspiegabile scomparsa. «Ci abbiamo sperato fino alla fine - dice Paolo Gualtieri, socio e collaboratore di fiducia e il primo a leggere quel fax con la richiesta di un milione di euro -. Non abbiamo mai sottovalutato la gravità della situazione, ma eravamo fiduciosi che le cose avrebbero preso una piega diversa». Poi il ricordo dell’uomo: «Una persona disinteressata al denaro, prudentissima e ipercorretta».
«Sono ancora frastornato. Una conclusione al di fuori di quello che potessi immaginare», commenta Giuseppe Garofano, ex presidente di Montedison. Perché la notizia del barbaro assassinio ha sconvolto anche il mondo della finanza, di cui Roveraro era stato negli anni Ottanta un brillante protagonista. Jody Vender, anche lui finanziere di grido quando Roveraro viveva la sua stagione d’oro, commenta: «Non avrebbe mai fatto affari con persone poco affidabili. Forse è stata la sua ingenuità a spingerlo nelle mani di questi delinquenti. Lui era un uomo schivo, riservato, vocato al lavoro». «Perbene, determinato e trasparente. Era il più attivo operatore di Borsa negli anni Ottanta, l’uomo a cui si rivolgevano le grandi famiglie industriali italiane per i loro investimenti», ricorda Pier Domenico Gallo, presidente di Meliorbanca e allora direttore del Nuovo Banco Ambrosiano.
Poi c’è il ricordo di chi con Roveraro aveva condiviso la grande passione per lo sport: «Un vero signore dell’atletica, incuteva rispetto e ammirazione», commenta Livio Berruti, medaglia d’oro nei 200 metri ed ex compagno di squadra nella Nazionale quando Roveraro superò i due metri nel salto in alto.