La fine della prima Repubblica ha spianato la strada alle ’ndrine

L’ascesa della piovra calabrese negli ultimi quindici anni è una conseguenza della scomparsa delle istituzioni della regione

Manca qualcosa nel diluvio di parole, cronache, commenti, inchieste, dichiarazioni di politici, di poliziotti, di magistrati, di esperti, di addetti ai lavori che ci si è rovesciato addosso a proposito della faida di ’ndrangheta che da San Luca in Calabria è arrivata a esplodere a Duisburg in Germania. Manca la risposta a una domanda: se è vero che ciò che è successo e che sta succedendo da qualche tempo e che prevedibilmente continuerà a succedere, e forse sempre in peggio, è dovuto essenzialmente al fatto che la ’ndrangheta negli ultimi tempi, e specialmente negli ultimi dieci quindici anni, è cambiata in dimensioni e in proporzioni e in ambizioni e in forza e in interessi e in potere, e dalla cenerentola di tutte le mafie e di tutte le criminalità organizzate che era, quasi solo un affare di pastori con le pezze al culo che vivevano di rapimenti sull’Aspromonte, è diventata la mafia più ricca d’Italia e forse d’Europa, si parla di una holding con un giro d’affari di 40 miliardi di euro l’anno, come è potuto succedere e in così breve tempo?
Che cosa è successo in Italia e in Calabria negli ultimi 10-15 anni che ha permesso e ha favorito un fenomeno di queste proporzioni? Una sola cosa è successa, che si sappia, di proporzioni e di conseguenze tali da poter essere messa in relazione con la parallela crescita ed esplosione della ’ndrangheta: è morta la prima Repubblica, sono spariti i partiti e le istituzioni politiche, è stata spazzata via la classe politica e di governo che, bene o male, controllava il territorio, i comuni, le province, la Regione, le istituzioni, gli affari. L’operazione, portata a compimento in questi ultimi quindici anni dalla magistratura calabrese, era stata programmata e persino preannunciata pubblicamente: «Dobbiamo azzerare la classe politica calabrese - ha dichiarato giusto quindici anni fa il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Puglisi, e parlava non solo per sé - e una nuova classe politica esisterà solo quando saranno cresciuti i bambini che ora fanno le scuole medie».
Questo programma discendeva come corollario da un elaborato teorema, concepito dai magistrati calabresi più o meno in contemporanea con le teorie del «terzo livello» dei loro colleghi professionisti dell’antimafia a Palermo. Il teorema è questo: in Calabria è impossibile fare politica senza essere complici della ’ndrangheta e riceverne i voti. E la ’ndrangheta non è più solo ’ndrangheta, ma è anche massoneria e apparati dello Stato e tutto insieme è intrecciato in una organizzazione centralizzata e piramidale, con una «cupola» che coordina e dirige le ’ndrine, e che, oltre agli affari criminali, con la complicità dei giornali, insidia e delegittima la magistratura per bloccarla.
Nessuno ha spiegato meglio il teorema del procuratore aggiunto Salvatore Boemi nel corso della requisitoria pronunciata nel tribunale di Palmi nel processo contro Giacomo Mancini, figlio del fondatore del partito socialista in Calabria e a sua volta segretario del partito e lungamente parlamentare e ministro: «I mafiosi votano e gestiscono voti e attraverso i voti utilizzano lo Stato. Scelgono quindi le persone, un uomo cui affidare la possibilità di un contatto, di un legame, di un rapporto illecito. Emerge allora un quadro desolante che tocca quell’uomo lungo una vita politica di grande successo. Che cosa poteva accomunare un uomo di tale cultura e capacità come Giacomo Mancini a gentaglia criminale come Piromalli? Una sola risposta: quell’uomo era malato e non poteva fare a meno della politica. Ma egli sa che in questa terra per fare a meno della politica non si può fare a meno della mafia e ha convissuto con la mafia».
Per i magistrati calabresi la politica è una malattia, una dannazione, la politica è uguale alla mafia, alla ’ndrangheta, alla massoneria, è massomafia. E hanno fatto ricorso ai «pentiti», al «pentito» calabrese, il peggiore di tutti, quello che, come scrisse Francesco Merlo in occasione del processo a Mancini, «è una belva senza pelo, meridionale ma selvaggio, con lo smarrimento e il risentimento di un povero delinquente che, trasformatosi in eminenza grigia del potere, crede di avere in mano la vita e la morte e di rifare la storia». E con lo strumento dei «pentiti» i magistrati calabresi hanno curato la malattia della politica e dei politici, uccidendo il malato hanno curato e sterminando la classe politica, democristiani e socialisti innanzi tutto, ma poi anche tutti gli altri, a destra e a sinistra, tutta la classe dirigente della prima Repubblica. Compiendo questo capolavoro, in Calabria è rimasto veramente un unico soggetto giuridico, la ’ndrangheta. È per incoscienza o per cinismo che ne prendono atto e lo riconoscono anche i magistrati? «La ’ndrangheta - dichiara dopo l’assassinio del vicepresidente del Consiglio regionale Fortugno il sostituto procuratore Vincenzo Macrì, che continua da dieci anni a coordinare le indagini antimafia in Calabria (e non è il solo, sono sempre in piena attività anche i Pennisi e i Boemi) - ora vuole avere un ruolo diretto in politica. Non siamo più alla mafia-politica, ma alla mafia che fa in proprio politica».
Né questa magistratura è in grado di contrastarla e contenderle il governo del territorio e delle istituzioni. Non solo perché non ne ha la competenza e la forza, ma perché a sua volta è attraversata da faide che non hanno niente da invidiare a quelle della ’ndrangheta, si lottano tra di loro, procura contro procura, sostituti contro procuratori, designati distrettuali antimafia contro nazionali, si contendono le competenze e le inchieste, si strappano di mano i «pentiti» da gestire: «La giustizia in Calabria è ridotta a un maleodorante verminaio», così si conclude l’ultima relazione degli ispettori del ministero della Giustizia spediti a Catanzaro. La belva senza pelo, giocando con la vita e con la morte e credendo di rifare la storia, dopo aver distrutto la politica, ha divorato sé stessa.