Alla fine Rosy Bindi resta la solita gregaria rabbiosa

Caro Granzotto, mi chiedo perché nei molteplici dibattiti in cui è ospite, la signora Rosy Bindi, allorquando parlano gli avversari politici, esibisce immancabilmente espressioni non propriamente simpatiche del viso che nella loro mimica «varieganza» fan pur sempre rima con arroganza. Qualunque sia l’interlocutore di turno e qualsivoglia siano gli argomenti trattati. Da ciò non può che desumersi come la medesima si senta superiore ai primi e padrona dei secondi. Cosa questa che ancor oggi si traduce nel termine di presunzione. La quale, come si sa, è indice di eccessiva fiducia delle proprie capacità, ossia di alta ed esagerata opinione di sé. Morale della favola: continui pure a collocarsi nella parte politica che più le aggrada la signora, perché questa è democrazia. Ma si spogli di quell’aura di detentrice unica della verità, perché quella è superbia.
Pesaro

Lei ha colto precisamente nel segno, caro Pantaleoni, ha dato in brocca: Maria Rosaria Bindi, detta Rosy, si sopravvaluta assai, convinta com’è di avere un cervello grande così - e quindi intelligenza, acume, discernimento a strafottere - oltre che di ricoprire un ruolo determinante quando non insostituibile nel grande Barnum della politica. Del quale, invece, è una scaglia minimale. In sostanza, conta niente. Però, è quel che si dice un personaggio. Non esattamente una macchietta, che dirlo suonerebbe offensivo e lungi da noi la volontà di offendere una signora, ma diciamo un «tipo» di largo consumo ed ecco perché, in tempi nei quali trionfa l’immagine, l’apparire, ce la ritroviamo sempre fra i piedi. Ha visto, caro Pantaleoni, come quella volpona, quella reginetta del marketing di Maria Rosaria detta Rosy s’è giocata il giudizio/battuta del Cavaliere «lei è più bella che intelligente»? La risposta, banale, da sciampista indispettita, «Non sono una donna a sua disposizione», è finita sulle magliette, ha mosso i repubblicones a lanciare un appello e a raccogliere firme e indotto non so quanti politici o esponenti della società sedicente civile a mettersi in coda per manifestarle solidarietà e sostegno morale. Che poi il Berlusca ci è andato pure con mano leggera. Francesco Cossiga fu, a suo tempo, più tranchant: «Non accetto lezioni di etica politica dalla Bindi: è brutta, cattiva e cretina». Ecco, le lezioncine: come tutti i «sinceri democratici» Bindi è sempre lì a tenere lezioncine. Sarebbe una dichiarazione da chiosare, ma noi siamo generosi, caro Pantaleoni, e dunque torniamo alle lezioncine. Anche quelle espressioni alle quali lei si riferisce - smorfie di disappunto, sbuffi, sospiri, i sussurrati «ma no, ma adesso basta...» quando l’interlocutore non appartiene al suo branco politico - appartengono al novero delle lezioncine che la maestrina Bindi non si trattiene di impartire. Talvolta con scollacciato impeto toscano, perché Maria Rosaria si vanta di non aver peli sulla lingua e di dir sempre pane al pane e vino (che non disdegna, anzi) al vino. Si ricorda ancora, ma questo è solo uno dei molti lasciti bindiani, la risposta data a una dirigente ulivista che le chiedeva perché mai l’avesse fatta fuori su due piedi: «Perché sei una puttana rotta» tagliò corto la virago (e vai a capire il senso di quel «rotta». I toscani son fatti così, fantasiosi nelle villanate). Resta però il fatto che la sicumera - la superbia, come lei giustamente dice, caro Pantaleoni - manifestata a piene mani non ha consentito alla Bindi di uscire dal gruppo: gregaria è e gregaria rimane. Una grintosa, pittoresca portatrice di borracce per il campione di turno. Ora le porta per Bersani, anche se il suo grande amore (platonico, spirituale e intellettuale, va da sé) resta Romano Prodi. La coppia più bella del mondo.