Alla fine tutti si ricrederanno: Villari è la scelta migliore

Allora bastava resistere. Non ci sono valori etici, ordini superiori, gerarchie di partito. Di ora in ora la posizione di Riccardo Villari serenamente si consolida. E Sergio Zavoli, l’uomo della provvidenza e provvidenzialmente ma tardivamente indicato, viene assalito dai dubbi sulla possibilità di arrivare mai al ruolo cui è stato designato dalla volontà sovrana di Veltroni e Berlusconi.
Cosa cambierà alla fine, se il presidente di garanzia sarà Villari, costretto a essere impeccabile, imperturbabile, sopra le parti dal destino che lo ha fatto scegliere nella opposizione dalla maggioranza. Il metodo non è privo di efficacia. E, d’altra parte, la più grave anomalia è immaginare di eleggere un presidente di una commissione di cui non è membro. Villari era, comunque, eleggibile; Zavoli, soltanto a posteriori, facendogli spazio con le forzate, benché spontanee, dimissioni di Latorre.
Un’anomalia dietro l’altra. Una continua violazione delle regole democratiche in nome di un bene superiore che prescinde dal Parlamento e attribuisce agli accordi fra Berlusconi, Letta e Veltroni una funzione sostanzialmente commissariale. I deputati non sono in grado di decidere da soli, e anche una volta che hanno votato bisogna annullarne le determinazioni e votare di nuovo.
Abbiamo scherzato, dovrebbero ammettere. E può darsi pure che lo abbiano fatto, ma, alla fine, proprio il carattere, le caratteristiche di Villari sembrano perfettamente confacenti al ruolo di presidente di garanzia. E pensando al destino di Mastella, nello slancio incontrollato delle dimissioni che, fatto cadere il governo Prodi, hanno travolto anche lui, probabilmente la scelta di Villari non è stata casuale. E il suo comportamento, così stoico, imperturbabile e atarassico, da vero «intellettuale della Magna Grecia» lo conferma.
Tra qualche tempo, espulso o no dal Partito democratico, sarà serenamente e regolarmente presidente della commissione di vigilanza. Per tutti. E con soddisfazione di tutti. Sembra preconizzarlo la dichiarazione di Bossi, così allegramente spavalda, e in controtendenza: «L’abbiamo votato perché sapevamo che non si sarebbe dimesso». E mi dicono di un controcanto di Fassino che richiama a ben più gravi problemi dell’agenda politica italiana e internazionale, per perdere tempo sulla commissione di vigilanza. E anche Giampaolo Pansa, sul Riformista, presenta Villari come simbolo positivo, augurandosi «che non ceda e che resista».
Dunque, potremmo concludere con lo sfogo di chi non si è fatto deviare da appelli ed esortazioni, da richiami al bene superiore e all’autorità morale del designato troppo tardivamente per essere eletto: «L’avevo detto. E, d’altra parte, tutta la vicenda era stata tirata oltre i limiti del possibile con l’ostinata resistenza su Orlando dichiaratamente provocatoria».
Immaginiamo, come lo stesso Di Pietro suggerisce, riconoscendo per simmetrica la posizione della Lega nel centrodestra corrispondente alla sua nel centrosinistra che, Berlusconi avendo perso le elezioni, toccasse all’opposizione indicare il presidente di garanzia per la commissione di vigilanza. Al governo Veltroni, il Popolo della Libertà suggerisce il nome di un rappresentante del partito alleato, la Lega, e indica il nome dell’onorevole Borghezio, l’equivalente di Orlando a destra nella percezione politicamente corretta del centrosinistra. Votazione a oltranza; la Lega non cede di un millimetro, finché, dopo mesi con un colpo di mano dentro la commissione la maggioranza vota un esponente del Popolo della Libertà, che so Lainati, o Bonaiuti, o Piero Testoni o Osvaldo Napoli, comunque un uomo di equilibrio, di mediazione.
Colto di sorpresa il Popolo della Libertà inizia a fare strepiti, ad accusare l’indebita incursione della maggioranza. E minaccia l’espulsione del designato, se subito non si dimetta in favore di un proboviro sul quale tutti concordano, ma direttamente indicato da Berlusconi: Gianni Letta. Ma Bonaiuti, o Lainati, o Piero Testoni, o Osvaldo Napoli regolarmente eletto resiste (anche se apparirebbe impossibile in virtù della disciplina che Berlusconi, diversamente da Veltroni, sa ottenere dai suoi deputati).
Non è difficile immaginare le accuse a Berlusconi di essere fascista, di esprimere una visione da regime, di impedire il regolare svolgimento della prassi democratica. Ed ecco Travaglio gridare al golpe (lo fa in ogni caso); ed ecco Di Pietro richiamare i dittatori argentini e Hitler. Ed ecco, incredibilmente Borghezio atteggiarsi a vittima e dimettersi insieme a qualche leghista estremista.
Più o meno questo è accaduto con gli insulti e le minacce a Villari e la improvvisamente istantanea designazione di Zavoli. Tutti d’accordo, ma troppo tardi. E senza una buona ragione per cacciare il flemmatico Villari, che non ha chiesto niente, che non si è candidato, che è stato votato. Nessuna migliore garanzia che questa. Un vero punto di equilibrio. E lentamente, se ne accorgeranno tutti.