Fine di un'era, Maurizio Costanzo sciò Dopo 27 anni ritorna da mamma Rai

Stasera cala il sipario sul talk show più popolare d’Italia. Dopo oltre 4mila puntate e 32.800 ospiti

Preparate i fazzoletti o il telecomando, stasera la ditta Costanzo chiude, sipario, ultima apparizione sugli schermi delle reti Mediaset, Maurizio Costanzo sciò, se ne va, ha concluso, dopo un quarto di secolo, la sua grande avventura romanomeneghina. Lascia e raddoppia, torna dalla mamma, nel senso della Rai, non si ferma, trasloca, bulimico, non soltanto di supplì e bignè, affamato di lavoro e di microfoni, radio, televisione, privata, pubblica, regionale, satellitare, digitale, l’importante comunicare, dire, scrivere, pensare, domandare, ascoltare, verbi all’infinito, come l’autore, regista, sceneggiatore, compositore, presentatore, curatore, scrittore, marito, padre, uno, nessuno, centomila. Dicono i costanzologi, e lui fa la ruota del pavone rileggendo le cifre, che trentaduemila e ottocento ospiti hanno mostrato la faccia, in molti casi anche una testa, nel suo teatro televisivo. Bontà loro, posso azzardare l’immagine ricordando un altro momento di creatività di Costanzo. Era martedì, il quattordici di settembre dell’Ottantadue, su Rete 4 apparve Lui, in quelle ore venne arrestato, in una banca svizzera, Licio Gelli mentre Roma aspettava l’arrivo di Arafat, con cinquecento lire ti portavi via un quotidiano, nel senso di una copia di un giornale. Sembra davvero un tempo lontanissimo. Eppure.

Eppure siamo sempre lì, dinanzi al monumento. L’ultimo è tornato ad allargarsi, rotondeggiando, anche troppo, nel fisico; e a mangiarsi, anche troppo, le consonanti e le vocali ma è roba sua, di repertorio, costanzesca, come la Settimana Enigmistica, ha resistito a numerosi tentativi di imitazione, molti talk show altro non erano o sono «talc show», nel senso della polvere di cipria e di borotalco e null’altro che si respira. Non c’è stato giorno, in questa fetta grossa di anni, a cavallo di due secoli, nel quale l’ascoltatore non abbia potuto captare la voce o l’immagine del sior Maurizio, come lo chiama Iacchetti, a sor Maurì, come lo chiamano i romani de Roma. Presente comunque e dovunque, di mattina, di pomeriggio, di sera e di notte, sulle onde radiofoniche del notturno d’Italia, pensieri, musica, riflessioni introdotte da «Ma, l’Amore no», di D’Anzi e Galdieri, canzone dal ritmo lento, nostalgia dolce degli anni Quaranta, tratto dal film Stasera niente di nuovo con una splendida Alida Valli. Vado anch’io sfogliando il diario antico perché scrivendo e parlando (troppi gerundi, quelli preferiti da Costanzo, tra un poetando e l’altro) di «sior Maurizio», si è costretti a fare i conti con quello che è stato, la storia delle radiotelevisione, quasi per caso, frequentata dal basso verso l’alto e poi dall’alto all’alto, rovistando nella vita quotidiana quello che poi scalda il cuore della «ggente», costruendo il personaggio a sorpresa, il fenomeno, a volte da circo, l’intellettuale e il burino, la bellona e il disgraziato. «Il più grande ascoltatore che io abbia mai conosciuto», disse di lui Vittorio Gassman uno che era abituato a farsi sentire, per stazza fisica e razza professionale. Verissimo, dietro l’angolo (ci risiamo) c’è stato sempre l’orecchio di Maurizio Costanzo (con il suo, il nostro), curioso e un po’ paraculo, come Roma insegna e ogni tanto rivolto al pubblico rumoroso ha bofonchiato la frase di Sordi ne La Grande Guerra «bbboni, state bboni». Ha segnato un’epoca, ha diretto e comandato, suggerito e imposto, raccogliendo denari e ascolti, credibilità e stabilità, nessun critico ha mai osato metterlo all’angolo sul serio.

Ora, dicono, pare, forse, Mediaset ha altri obiettivi, altri impegni, altri programmi, Maurizio Costanzo ha sentito, si dice, sembra, chissà, il richiamo della culla, la sua casina delle api fu, era, sarà la Rai, dopo aver provato tutto il cucuzzaro ha voglia di divertirsi con le telecamere di Stato, qui i consigli per gli acquisti dovrebbero avere un altro tono, meno commerciale e più patriottico. Balle. Si sa, anche Costanzo tiene famiglia, la Rai approfitta del suo ragazzo talentuoso diventato adulto e maturo, diversamente giovane ma con le frenesie e la competenza di pochissimi altri suoi sodali, tra i coetanei o gli sbarbatelli che parlano una stessa, monotona, scontata lingua e si spacciano come conduttori. Conducenti piuttosto e al conducente non si parla, sta scritto così su tramvai, filovie e autobus.
Maurizio Costanzo, per fortuna, parla e ascolta, crea e inventa, confeziona, scrive, pensa a riflette, i trentaduemila e ottocento che gli sono stati di fianco, in venticinque anni di Mediaset, potrebbero riempire uno stadio di football. Non per niente, oggi, ultimo giorno di festa, si celebra San Siro. Auguri e, stavolta direbbe lui, cambiate canale.