Fini apre a Veltroni: "Sì al voto agli immigrati"

La risposta del presidente della Camera, alla festa del Pd, alla lettera del leader dell’opposizione: &quot;Si può fare ma gli stranieri dimostrino di adempiere a certi doveri. Non è un’ipotesi né sciagurata né criminale, ma non garantisce l’integrazione&quot;. Il Pdl però frena. <a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani/" target="_blank"><strong>Dì la tua sul blog</strong></a>

nostro inviato a Firenze

Alla lettera di Veltroni non si poteva che rispondere a casa di Veltroni. E così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha tenuto fede al proposito di replicare alle sollecitazioni sul diritto di voto amministrativo agli immigrati proprio alla Festa democratica alla Fortezza da Basso. Per niente irrigidito dal ruolo istituzionale, Fini è giunto al meeting fiorentino di buonumore concedendosi qualche battuta con il sindaco di Bologna Sergio Cofferati («abbiamo una cosa in comune - ha scherzato con i giornalisti - siamo padri non proprio di primo pelo») e uno scambio di barzellette con il collega di dibattito, l’ex ministro degli Interni Giuliano Amato. L’understatement, però, ha presto ceduto il passo a una seria presa di posizione in tema di diritti da concedere agli immigrati da lungo tempo residenti in Italia. «Il diritto di voto amministrativo per alcune categorie di stranieri residenti in modo regolare e da un certo numero di anni in Italia - ha aggiunto Fini - non va visto né come ipotesi sciagurata né come garanzia assoluta di integrazione». Anche perché, ha ricordato il presidente della Camera, da anni i cittadini comunitari residenti in Italia godono di questo diritto ma alcune gruppi etnici provenienti da Romania e Bulgaria «non hanno dimostrato una particolare volontà di integrazione». «Se si riconosce il diritto di voto ad alcune categorie di stranieri residenti in Italia - ha precisato - bisogna essere estremamente equilibrati a chiedere i doveri. Come non è criminale chiedere il diritto di voto agli immigrati, non è criminale l'obbligo di identità per i minori». Nessuna gimkana retorica, quindi, ma una risposta chiara e risoluta resa tanto per rispetto al leader del principale partito d’opposizione quanto soprattutto per coerenza con quanto affermato in precedenza su un tema così delicato. La non ostilità nel merito alla proposta veltroniana ha però determinato alcuni distinguo in seno alla maggioranza. Il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, di provenienza An come Fini, ha ribadito di avere «un’opinione diversa». Concedere agli immigrati il diritto di voto, secondo Gasparri, equivarrebbe a far «diventare sindaco di una città qualcuno che non è cittadino della stessa» e comunque «non è un tema in agenda». Un «no» ribadito negli stessi termini anche dal capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. Contrario anche il presidente dei deputati leghisti, Roberto Cota. «Il voto agli immigrati va dato solo dopo la cittadinanza», ha spiegato perché «quando si cominciano ad aprire le maglie non si sa dove si arriva». Gianfranco Fini ha comunque mostrato analoga risolutezza su un altro argomento «sensibile» come le riforme istituzionali. «Sarebbe utile cercare di avvicinare le posizioni - ha argomentato in materia di giustizia e mi auguro che ci si confronti seriamente senza dare al dialogo un valore ontologico» perché «solo chi è insicuro delle proprie idee ha paura del confronto». E la strada pare già indicata. «Il governo - ha ricordato - prenderà[/TESTO] iniziative con un ddl ed è bene che si avvii un confronto nel quale ognuno si assuma la responsabilità di convenire o meno» giacché «non è un momento positivo per la democrazia - ha evidenziato il presidente della Camera - quando la gente perde fiducia nell’ordinamento giudiziario». Confronto, ma non «inciucio»: questo concetto viene ribadito chiaramente. L’accoglienza della platea fiorentina nei confronti di Fini è stata comunque positiva pur non trattandosi di un pubblico amico. L’applauso più caloroso? Dopo aver liquidato come «fuori luogo» le polemiche, incluse quelle dell’amico Gasparri, che hanno investito Giuliano Amato per aver accettato la presidenza della Commissione per Roma voluta da Gianni Alemanno.