Fini assente: un «giallo» senza colpevoli

Roma«Per adesso non c’è, ma vedrai che arriva». Passano i minuti, il tormentone monta. «Berlusconi è arrivato, Fini però non c’è». «Perché?». Il premier parla dal palco, si rivolge proprio a chi dovrebbe ma non siede in prima fila, e l’interrogativo non trova subito risposta. In un attimo si comincia a scrivere la trama di un giallo. Finché l’arcano viene svelato. Si scopre così che l’assenza del presidente della Camera era ampiamente prevista, comunicata a suo tempo al Cavaliere. D’altronde, in sala, non c’è neppure Renato Schifani, il quale, come il «collega», aveva informato con anticipo il leader del Pdl.
La bomba inizia a sgonfiarsi: seconda e terza carica dello Stato seguono da casa l’intervento che chiude i lavori del Congresso, assenti per motivi personali o delicatezza «istituzionale». Tesi, quest’ultima, rilanciata subito dagli uomini di An. Spiega Ignazio La Russa: «Nessun giallo, era assolutamente previsto». «Nessuna dietrologia, semplicemente una corretta distinzione tra ruolo politico e istituzionale», gli fa eco Gianni Alemanno. «Giusto così, ha fatto bene a non venire - commenta Domenico Nania - altrimenti avrebbero descritto ogni suo minimo movimento del viso».
Fini, si spiega nel suo staff, nell’ultimo faccia a faccia a Montecitorio, avvenuto giovedì scorso, aveva concordato con il presidente del Consiglio programma d’interventi e presenze alla Nuova Fiera di Roma. Ovvero, entrambi avrebbero ascoltato i reciproci interventi di venerdì e sabato, mentre nella giornata conclusiva in platea ci sarebbe stato solo Berlusconi. Anche Schifani, dal canto suo, aveva annunciato al premier la propria assenza, stavolta per questioni familiari: il presidente del Senato, riferiscono i suoi collaboratori, ha seguito in diretta tv la terza giornata dell’assise Pdl da Palermo, dove ha festeggiato il compleanno della moglie Franca.
Si attende che il «caso» mattutino rientri del tutto, visto che in serata circolano ancora versioni contrastanti, più o meno variopinte. Ma a tenere banco, sul piano politico, oltre all’intervento finale del Cavaliere, sono ancora alcuni delicati passaggi affrontati da Fini. In primis, la necessità che il Pdl non derubrichi l’appuntamento dei referendum elettorali, in programma a giugno. Un nervo scoperto, soprattutto per la Lega, che non ha alcuna intenzione di scherzarci su. Così, mentre Fini pone sul tappeto una questione su cui a suo tempo si espresse a favore, figurando tra i firmatari della richiesta del comitato promotore, il Carroccio non gradisce affatto.
Sibillino, ma piuttosto chiaro, il giudizio del Senatùr: «Noi preferiamo le piccole cose, che sono meno pesanti da digerire, da far funzionare». D’altronde, che il partito di Umberto Bossi faccia di tutto per bocciare il bipartitismo, che rischierebbe di prendere quota in caso di vittoria referendaria, non è una novità. Ma la nettezza con cui Fini, dal palco congressuale, ha acceso la miccia del dibattito interno, a via Bellerio non va giù. E allora, come spesso accade, gli uomini di Bossi si rivolgono all’amico Silvio, che dal canto suo non ha alcuna intenzione di far incattivire i rapporti con l’alleato, alla vigilia tra l’altro dell’accordo per le candidature comuni alle Amministrative.
Ma tant’è. Dinanzi all’offensiva finiana, volta anche e soprattutto ad allentare la liaison con il fronte nordista, i leghisti cercano di nuova la sponda del Cavaliere-mediatore. Insomma, il messaggio che arriva a Palazzo Grazioli è questo: «Non tirate la corda». Berlusconi, dunque, si trova tra due fuochi. Il primo arde in casa, il secondo sul balcone. La nascita del Pdl, infatti, legittima adesso le richieste di «maggiori attenzioni» verso l’interesse comune (ex) Fi-An, a scapito magari dell’asse con la Lega. Un messaggio neppure tanto subliminale, presente in molti passaggi dell’intervento di Fini, ma anche nelle parole di diversi esponenti di via della Scrofa.