Fini: basta coi magistrati faziosi e le tante indagini a senso unico

Il presidente di An si appella alle toghe: isolate i vostri colleghi non imparziali. E dice: senza la destra non si batte la sinistra

Massimiliano Scafi

da Roma

Finisce dopo due ore, sudato e a braccia alzate, come un ciclista sul traguardo. Lo applaudono i militanti, lo abbracciano i ministri, lo acclamano pure gli (ex) rivali interni. «Ci ha ridato l’orgoglio», commenta Francesco Storace. «Ha parlato da leader del centrodestra», dice Gianni Alemanno. Ma la corsa di Gianfranco Fini verso Palazzo Chigi ha ancora il freno mano tirato. C’è bisogno di pazienza e di risolvere una non facile equazione, come coniugare l’ambizione del partito con gli obblighi di coalizione. An sarà pure «centrale e non centrista», però allo stato ha un solo forno elettorale. Il vicepremier se rende conto: «Il mio impegno in prima persona non significa che io voglia sfidare Berlusconi. Non è lui l’avversario, non commettiamo errori strategici». E infatti eccolo che fa subito suo uno dei temi su cui il premier sta martellando in questi giorni. «Mi appello ai magistrati: isolate i faziosi perché è innegabile che ci sia una parte consistente di voi che è venuta meno al dovere dell’imparzialità».
È l’allarme toghe rosse, lo stesso che suona il Cavaliere. «È sotto gli occhi di tutti - avverte - la sfiducia nei confronti della magistratura, che si è screditata per colpa di pochi iperpoliticizzati a sinistra. Basta con lo scontro di poteri. Si è assistito perfino a scioperi contro le leggi del Parlamento, una cosa che in altri tempi sarebbe stata considerata eversiva. Non è vero che abbiamo fatto delle leggi ad personam, piuttosto ci sono state inchieste contra personam. La magistratura smetta di parlare attraverso quei pochi che sono di parte e la crisi di sfiducia passerà».
Ma Fini invita pure ad abbassare i toni. La Cdl, sostiene, può ancora vincere le elezioni facendo una campagna «sugli argomenti». L’economia, ad esempio. «Oggi l’Italia non è il Paese di Bengodi, non abbiamo risolto tutti i problemi perché non abbiamo la bacchetta magica. Ma la sinistra mente quando dice che siamo allo sfascio. Anzi, dopo aver ereditato una nazione allo sbando, abbiamo contribuito a far sì che l’Italia superasse una tempesta senza precedenti. Se non fosse stato per noi, lo Stato sarebbe alla bancarotta». Però bisogna anche ammettere che c’è ancora da fare. Il lavoro, spiega Fini, è una questione fondamentale. «Aver lasciato nel cassetto il Patto per l’Italia è stata un’occasione persa, un errore. Dobbiamo ripartire da lì. Nel centrodestra c’è un certo classismo strisciante che non mi piace, perché tutto il lavoro va rispettato».
In questi cinque anni, insiste il ministro degli Esteri, «siamo stati leali con la coalizione e io devo ringraziare Berlusconi, Casini e Bossi per avere creduto nelle nostre possibilità, per avere creduto insieme a noi nella possibilità di un’alternativa alla sinistra». Però adesso qualcosa va cambiata: «Sta a noi rinnovare la stagione del cambiamento. Ci vuole più An nella Cdl, più spazio ai nostri valori, alle nostre idee, ai nostri uomini. Abbiamo superato tutti gli esami e ci aspettiamo di essere promossi a pieni voti perché la destra ha dimostrato di essere credibile di agire nell’interesse della comunità nazionale». L’uomo da battere è sempre lo stesso, «Prodi, che rappresenta una Babele partitocratica». La cosa da evitare è «che al governo vada la una sinistra fortemente ipotecata nella sua azione dalla sua parte più radicale». Per farlo però «occorre più peso ad An».
Sparita la dissidenza, evaporato pure il confronto, la conferenza programmatica si trasforma in una ricerca di visibilità in vista delle elezioni: ognuno per sé, questa la regola del proporzionale. «Siamo un partito unito - dice Fini tra le bandiere sventolate - e io non ho mire cesariste». Un partito marginale, senza alternative di schieramento? «No - risponde -. Sono lontani i tempi in cui si poteva pensare, rifacendo il centro, di tagliare le ali. In questi cinque anni di governo abbiamo dimostrato che si batte la sinistra solo se c’è la destra e che per essere centrali non c’è bisogno di dichiararsi centristi».