Fini, il bracconiere solitario che impallina i conformisti

Torna un dissacrante <em>j’accuse</em> contro il politicamente corretto. Firmato da una delle penne più &quot;scorrette&quot; del nostro giornalismo

Indro Montanelli, che gli voleva bene e lo considerava uno dei suoi figliocci, scrisse per Il Conformista la più bella, la più lusinghiera, la più partecipata delle prefazioni che uno scrittore possa desiderare di appuntarsi sul petto.

In quella, facendosi gabbo del tartufismo nazionale che per decenni indossò la sgargiante casacca della sinistra, prima che quest’ultima svaporasse negli esiti che conosciamo, Montanelli scriveva: «Tutti gli intellettuali di sinistra, che è quanto dire il 95 per cento degl’intellettuali italiani, si dichiarano anticonformisti, e in nome dell’anticonformismo intonano dei cori, che soverchiano e silenziano la voce di chi non vi s’intona, creando così un conformismo - il conformismo dell’anticonformismo - molto più oppressivo e persecutorio, da caccia alle streghe, di quello contro cui dice di lottare».

Nato sessantottino - notava il fondatore di questo giornale in quella prefazione - Massimo Fini si accorse presto della vacuità delle ideologie (come lo stesso Fini raccontò di recente su queste stesse pagine, quando lo intervistammo sul suo Sessantotto al contrario). Dal coro, per indole, per temperamento (un solitario incline alla rissa e insofferente di ogni luogo comune) per bastiancontrarismo cromosomico, Fini si staccò presto, avventurandosi in solitaria lungo impervie e orgogliose latitudini intellettuali in cui (Montanelli a parte) pochissimi all’epoca incrociavano.

Fosse stato più malleabile, o anche solo più accorto, e avesse disposto le vele a favore del vento dominante, Massimo Fini sarebbe diventato - per sagacia, per intelligenza, per smalto polemico - uno dei grandi frequentatori di quei salotti televisivi che, nell’epoca dell’apparire, e per il solo fatto di essere apparsi, certificano e conclamano il successo dei convenuti. Scelse invece la strada del «bracconiere solitario e spericolato», per dirla ancora con Montanelli, guadagnandosi quella «coltre di silenzio» che circonda chi sceglie di navigare sempre col vento sulla fronte, prendendo il mare di prua. Se non che, lungo la sua rotta solitaria Fini ha via via incontrato un numero sempre crescente (e il successo dei suoi libri lo testimonia) di scontenti, di anticonformisti che ne avevano le tasche piene del conformismo imperante, e che in lui hanno riconosciuto il cantore di un libertarismo spavaldo, lontano mille miglia dagli obblighi del politicamente corretto o anche solo dal bon ton in uso tra frequentatori delle stesse stanze, soprattutto quelle mediatiche.
Gli scritti fulminanti di cui è intessuto Il Conformista - che oggi torna in una nuova edizione (Marsilio, pagg. 400, euro 9,90, da domani in libreria) - apparvero qui e là, dall’Europeo al Giorno, da Pagina a Linus, ovunque ci fossero un direttore e un editore dotati di qualche attributo. Mondadori lo diede alle stampe nel 1990 cavandone una tiratura meschina, cautelosa, sparagnina. Come di chi, lanciato il sasso, puntasse a nascondere la mano. Quelli d’altronde erano i tempi. E fare troppo chiasso intorno a un autore così apertamente dissonante, e dissacrante (vedasi l’articolo «Basta con i giovani») sembrava una di quelle idee che seducono e respingono a un tempo.
Memorabile, per capire il “gattopardismo” di questa Italia dove nulla cambia mai davvero, è la descrizione del «salotto romano» e dei fantasmi che da sempre vi si incrociano. Dove lo sbraco regna sovrano, e dove tutto si stempera e si annacqua perché nulla di serio resti infine a galla sulla superficie delle coscienze (altro spessore, del resto, quelle coscienze non hanno). Dove parole come libertà, giustizia, lotta, uguaglianza si tingono di grottesco, di inverosimile, virando presto in un ridicolo sublime. Quando Fini scrisse quelle righe imperava ancora la Dc. Era l’Italia del centrosinistra, prima di Mani Pulite, l’Italia della prima Repubblica. Ma giudichi il lettore se davvero è cambiato qualcosa nel cuore, nella mentalità, nel costume di chi abita questo Paese. «Basta entrare in un salotto romano - scriveva dunque Fini, ed era il 1979 - per rendersi conto che in Italia non si farà mai la Rivoluzione. Né le riforme. Né nulla di serio. Basta entrare in una di quelle stupende case - belle come solo a Roma possono essere - e vedervi prestigiosi uomini politici comunisti, socialisti, del Manifesto variamente intrecciati con palazzinari, mafiosi d’alto bordo, giornalisti dall’aria di manutengoli, direttori democristiani di reti televisive, cocottes, scrittorucoli da terza pagina del Corriere della Sera, fotografi alla moda, pubblicitari e parassiti di tutte le risme, per capire com’è conciata la sinistra in Italia. Quando vedi il parlamentare comunista che, appena lanciate durissime accuse contro la mafia, ammicca complice al palazzinaro notoriamente legato ad ambienti famosi, ti rendi conto che le polemiche, gli attacchi, i furibondi scontri, gli scazzi ideologici di cui i giornali quotidianamente ci informano, non sono che lo spettacolo della democrazia, la commedia della democrazia...».

Ma non c’è solo questo. Nel Conformista molti ritroveranno il Fini del pollice verso rivolto al dissennato modello di sviluppo che ci siamo fabbricati e dunque ai frutti avvelenati del secolo dei Lumi. E c’è il Fini che si avventa contro le stuporose certezze dei benpensanti domandandosi se l’ayatollah Khomeini (e perfino il mullah Omar, capo dei futuri talebani) demonizzati dall’Occidente non abbiano le loro sacrosante ragioni. Di altamente godibili, il lettore troverà infine le celebri «stroncature» di Emilio Fede, di Nanni Moretti, di Giampiero Mughini e di Giuliano Ferrara. Anche qui, senza guardare alla casacca di ciascuno, ma al tipo umano, se non proprio all’uomo, che c’è dentro. Alla Fini.