«Fini è causa del suo male: fare il più puro è rischioso»

RomaOnorevole Denis Verdini, coordinatore del Pdl, come si strutturerà la nuova organizzazione del partito?
«Un partito sul piano organizzativo deve essere sempre pronto a qualunque evenienza. Il nuovo assetto nasce da un’idea del presidente Berlusconi: il Pdl è il partito degli elettori e deve rivolgersi alle 61.202 sezioni nelle quali essi sono ripartiti».
Una struttura ancor più capillare, quindi?
«La media degli elettori per sezione è di 770 unità. Si dovrà lavorare sul territorio investendo tutte le risorse del partito: dagli eletti alla struttura, dai Club della Libertà, ai circoli di An, ai Promotori della Libertà ai difensori del voto ai Club di Forza Italia fino alle Fondazioni. Bisogna mettere insieme questa voglia di politica».
Una svolta che arriva in un momento difficile per governo, maggioranza e Pdl.
«Si confrontano due visioni della politica: una più moderna e una più antica. In quella moderna gli elettori scelgono di fatto il premier e il partito di maggioranza relativa. Tutte le recenti competizioni elettorali hanno dimostrato che il rapporto fra elettori, premier e Pdl è fortissimo visto che le abbiamo vinte tutte quante senza eccezione alcuna. La posizione assunta dai finiani è una posizione di “palazzo” e non di rapporto con gli elettori».
Proprio i finiani avevano messo in discussione i vertici del Pdl.
«È indifferente chi sia al vertice. Il lavoro fatto dal partito è stato enorme, come appunto dimostrano i risultati elettorali. Il problema non è il partito: il Pdl c’è, esiste e ha fatto grande lavoro. Il problema sono quelle classi dirigenti che hanno una visione distorta della realtà. Esse hanno solo una delega dagli elettori che hanno dato il proprio voto al Pdl e a Berlusconi sul programma elettorale».
Idee liquidate come «centralismo carismatico» da quella che si era costituita come minoranza del Pdl.
«Non è un’idea plebiscitaria. Sono gli elettori a decidere. La modernità tecnologica ci consente di conoscere il favore e la contrarietà delle persone in tempo reale. Si può fare una sorta di referendum immediato. Anche per questo motivo io considero positivamente il lavoro svolto dal partito».
La sua è anche una risposta a quelle indiscrezioni che indicavano il Pdl come una realtà in via di superamento.
«Il partito coinvolge 13 milioni e mezzo di elettori, decine di migliaia di eletti e centinaia di migliaia di iscritti. Se si considera che in ognuna delle 60mila sezioni si potrebbero coinvolgere dieci militanti, questo lavoro capillare ha bisogno di 600mila persone per raggiungere tutti gli italiani e spiegare le cose fatte da questo governo. Stiamo studiando dei modelli per raggiungere più facilmente gli elettori».
I canali tradizionali non sono sufficienti?
«C’è un ostacolo alla comunicazione: scandali e gossip prevalgono sull’effettiva valenza della manovra che ci tiene in Europa».
Il Pdl potrà recuperare i finiani?
«Chi ha aderito a Fli ha dichiarato che non voterà contro il governo. Fidiamoci. C’è un gruppo diverso dal Pdl vincolato al sostegno al governo. Se è così, le cose possono andare avanti. Senza usare i vecchi termini della politica come “verifica”, ci si potrà concentrare sulla realizzazione di punti programmatici nella restante parte della legislatura. Un partito, però, deve essere sempre pronto ed è per questo che, dopo la nascita a marzo 2009, il Pdl può ristrutturarsi. Si possono mettere più forze in campo rispetto alla voglia di politica della gente, lavoriamo tutti per rafforzare il Pdl».
La nascita di un eventuale terzo polo sembra messa in forse non solo dalle vicende recenti, ma anche da divergenze sui temi etici tra Fli, Udc e Api.
«I terzi poli in Parlamento sono facili da mettere insieme perché sono scollegati dagli elettori. Una cosa diversa sono le elezioni. Gli elettori sono cresciuti e hanno visto nel bipolarismo una funzione positiva della politica. Nei Paesi occidentali, pur con sistemi diversi, c’è tendenza al bipartitismo. Qualsiasi altra soluzione sarebbe un ritorno al passato».
Il Pd, però, non è pronto e potrebbe appoggiare soluzioni-ponte nonostante al Senato non sembrino essere possibili maggioranze alternative.
«Soluzioni-ponte, governi di transizione, governi tecnici sono elementi lontani dagli elettori. La Costituzione li ammette, ma la costituzione materiale che è nell’animo dei cittadini non lo prevede: se il governo non riesce a governare, va a casa. Maggioranze alternative sono possibili ma avulse dal sentimento popolare».
Come considera a posteriori le richieste di dimissioni avanzate dagli esponenti finiani contro Scajola, Brancher, Cosentino e contro lei stesso?
«Non c’è confusione tra garantismo e rispetto delle leggi. C’è sempre un iter da seguire: quando si è nella fase delle indagini prevalgono le tesi dell’accusa, ma analogamente devono essere ascoltate le voci della difesa. È strumentale avanzare richieste solo perché ci sono delle accuse o perché è stato violato il segreto istruttorio. Chi conduce strumentalmente una battaglia per la legalità alzando sempre il dito indice, dovrebbe sempre rispondere con chiarezza e trasparenza. Chi è causa del suo mal pianga stesso».