Fini: "Cdl viva anche senza Udc. E Casini sta sbagliando"

Lo strappo di Casini e il futuro del centrodestra, la riforma elettorale, il referendum, le elezioni amministrative e le vicende e Alitalia e Telecom. Questi i temi affrontati da Gianfranco Fini nell’intervista concessa al "Giornale"

Roma - Presidente Fini, oggi è andato in scena il primo vertice dopo la rottura con l’Udc sull’Afghanistan. Vi sentite orfani di Casini o sono partite le prove tecniche per una nuova alleanza del centrodestra?
«Innanzitutto c’è la viva soddisfazione per il clima che si è stabilito e per i risultati raggiunti. A dimostrazione del fatto che sono gli altri che devono confrontarsi e fare i conti con noi. In politica non c’è niente di peggio che attendere perché si rischia di aspettare invano. Invece la Casa delle libertà ha dimostrato di essere viva e vegeta. Chi attende la nostra caduta, rischia di aspettare invano».
Quali sono i risultati del vertice?
«L’impegno per una legge elettorale che garantisca il bipolarismo e la governabilità. C’è stata una larghissima convergenza sulla proposta Calderoli di mutuare sostanzialmente il modello delle Regionali, con un barrage, un listino nazionale e l’indicazione del candidato premier».
Su quale percentuale pensate di attestarvi?
«Si discute del 3% ma Pri e Nuova Dc la vorrebbero più bassa».
Lei ha annunciato che resta aperta la via referendaria se non si arriverà a un accordo. Come ha fatto a far digerire alla Lega questa opzione?
«È evidente a tutti che il rischio di una lunga discussione con tempi indefiniti è dietro l’angolo. E noi non siamo disponibili ad accettare questo rischio».
E quindi agitate lo spettro del referendum per rompere la melina del governo.
«Esattamente. Anche la Lega ha convenuto sul fatto che si tratta di un incentivo a non perdere tempo. Ho spiegato a Bossi le mie ragioni e lui le ha capite dimostrando di essere un politico di prim’ordine. Peraltro l’ho trovato molto meglio rispetto al 2 dicembre. E umanamente mi ha fatto immensamente piacere».
Il 24 aprile inizierà la raccolta delle firme per il referendum. Questa data come influenzerà i lavori parlamentari?
«È semplicissimo. Il 24 aprile inizia la raccolta che andrà avanti per 90 giorni. Se si vuole evitare il referendum, entro il 24 luglio bisogna approvare una modifica della legge elettorale in almeno uno dei due rami del Parlamento. Il referendum è una benedizione. Senza quelle firme io non punterei un centesimo bucato sulla possibilità di fare davvero la riforma».
Come crede che reagiranno i partiti dell’Unione?
«Io sono convinto che dopo la nostra mossa di oggi molti siano terrorizzati. È ora che l’Unione metta da parte i bluff e metta le carte sul tavolo. Prodi ha intestato al governo l’iniziativa. Ora ci dimostri che la vuole fare davvero. Sono passati già dei mesi e non c’è ancora una posizione unitaria della maggioranza. Io non sono un pasdaran del referendum. Ma sono convinto che chi contribuirà a raccogliere le firme non debba essere colpito da un anatema. E poi c’è anche una motivazione politica».
Quale?
«Quella del referendum è un’ipotesi che provoca scompiglio nell’Unione. Allora prima di archiviarla pensiamoci bene. Forse vale la pena percorrerla. Io, comunque, sono convinto che ora ci sarà un’accelerazione fortissima sulla legge elettorale».
Una volta approvata la legge elettorale riterrebbe corretto tornare alle urne?
«Non sono così ingenuo da pretendere un automatismo. Quel che è certo è che quando si avrà una nuova legge non ci saranno più alibi per coloro che si rifiutano di tornare alle urne. Se il governo Prodi inciampa in Parlamento, a quel punto, il voto diventa l’unica via. E nessuno potrà chiedere un governo tecnico di transizione per approvare la nuova legge elettorale».
Pensa che l’Udc possa accettare di discutere il vostro modello di riforma?
«L’Udc ha in mente un altro modello che non credo abbia il consenso della maggioranza del Parlamento. Sicuramente non ha il nostro. Non possiamo accettare di tornare alla logica dei partiti con le mani libere, che non annunciano preventivamente quale alleanza intendono formare. Vorrebbe dire tornare alla politica dei due forni. Se l’obiettivo di Casini è un centro autonomo dai due poli è una strategia che non condivido. Per me il pilastro è il bipolarismo». Considera conclusa l’esperienza della Casa delle libertà?
«No, ritengo che siamo entrati in una nuova fase della Cdl. Oggi abbiamo dato prova che siamo ancora capaci di prendere iniziative unitarie e lo abbiamo fatto sul tema che sembrava maggiormente dividerci. È un segnale importante. Questo pone agli altri la necessità di confrontarsi con noi».
Lei ha preclusioni nel trattare con i centristi?
«Nessuna preclusione. È l’Udc che si è chiamata fuori. Non ha senso insultarsi. Chi ha filo per tessere lo faccia».
Ma lei crede alla formula delle due opposizioni?
«No. Si vince se si resta uniti. E d’altra parte nel 95% dei casi abbiamo già trovato gli accordi per le amministrative».
Resta aperto, però, un nodo delicato: quello di Verona.
«Lì ci sono due candidati in campo: Meocci per l’Udc e Tosi per la Lega. Io sono convinto che dobbiamo presentarci con un solo candidato. Io non dico chi si deve ritirare. Ma se non si arriverà a un accordo An sosterrà Tosi perché tutti i sondaggi dicono che ha maggiori possibilità di vincere. Non ne faccio una questione di appartenenza. All’Aquila ci schiereremo con un candidato Udc esattamente in base alla stessa logica».
Se lei ripensa al voto sull’Afghanistan che ha sancito la spaccatura della Cdl ha qualche rimpianto?
«No, sono convintissimo di quella scelta. Nessuno di noi è mai stato così ingenuo da pensare di poter dare la spallata al governo. L’ho detto anche all’ambasciatore Spogli che il decreto sarebbe passato. Ci siamo astenuti perché l’Afghanistan con l’offensiva dei talebani è diventato un teatro di guerra. Lo ha ammesso perfino D’Alema che, però, ha offerto soltanto parole. Sarebbe bastato un emendamento favorevole al passaggio dalla difesa passiva a quella attiva a farci votare a favore. Non è ammissibile che gli altri Paesi possano contare su di noi al 70%. Servono mezzi più idonei altrimenti è inutile mettere a rischio i nostri ragazzi soltanto perché non si può dire alla sinistra radicale che l’Afghanistan è diventato un teatro di guerra».
Come si sarebbe comportato al posto di D’Alema se la sua controparte avesse richiesto il rilascio di prigionieri per liberare un ostaggio?
«Innanzitutto non mi sarei rivolto ad Emergency e non avrei minato la credibilità dei nostri servizi. Ma ciò che ha destato davvero stupore è stato il riconoscimento dei talebani come interlocutori. Sa perché la trattativa si è inceppata all’ultimo momento? Perché si sono accorti che nella lista dei guerriglieri c’era un arrestato che aveva iniziato a collaborare. Ne pretendevano la liberazione per poterlo sgozzare. La conseguenza di quella scelta è che gli occidentali sono diventati dei bersagli mobili. Se l’Unione ritiene che i talebani possano essere degli interlocutori, allora vuol dire che non riconosce la legittimità del governo Karzai. Se è così, lo dica».
Ma voi vi siete mai trovati a gestire una situazione simile? «Mettiamola così: sfido chiunque a dire che mai una sola volta abbiamo preso in considerazione l’ipotesi di uno scambio». Presidente, cosa pensa del progetto di cessione del controllo di Telecom agli americani di At&T e ai messicani di American Movil?
«Non mi spaventa l’ipotesi che Telecom venga acquistata da capitali stranieri. È il mercato. La cosa che colpisce è che il governo sia del tutto incapace di prendere atto di una situazione che lo stesso governo ha contribuito a determinare».
Sul fronte Alitalia, invece, ha preferenze tra le tre cordate che si contenderanno la nostra linea aerea?
«La politica non può esprimere preferenze. Una cosa, però, voglio dirla: noi siamo per le privatizzazioni. Ora le condizioni ci sono. E credo che sia arrivata l’ora di procedere alla privatizzazione delle municipalizzate che rappresentano una paradossale nicchia di socialismo reale. Dopo i provvedimenti contro tassisti e panettieri forse questo governo dovrebbe fare qualcosa di serio».