Fini chiama Berlusconi e si "scopre" suo alleato

Telefonata a sorpresa del presidente della Camera a Berlusconi. Un
saluto lampo col comune amico Aznar che rasserena il clima L’ex leader
di An vuole frenare le fughe in avanti. E i fedelissimi adesso
ammettono: "Abbiamo tirato un po’ troppo la corda"

Roma «Ciao Silvio, sono Gianfranco». Tre e mezzo del pomeriggio. Fini telefona a Berlusconi. Il primo ha appena preso posto al centro del palco, alla Sala delle Conferenze di Palazzo Marini, insieme a José Maria Aznar. Per presentare una ricerca sull’Europa, «Proposte di libertà», messa a punto dalle rispettive fondazioni: Faes e Farefuturo. Il secondo, dopo una mattinata di tentativi per far convergere le cancellerie europee su Massimo D’Alema come ministro degli Esteri, è in volo per Bruxelles, atteso al vertice straordinario per le nomine. Ma ciò che conta, al di là dei rispettivi impegni, è che i due leader siano tornati a sentirsi. E forse poco importa che la comunicazione sia durata pochi secondi, il tempo di un saluto: «Adesso ti passo un nostro caro amico».
In ogni caso, un nuovo segnale positivo. D’altronde, è un clima diverso, più disteso, quello che si respira nelle ultime ore dentro la maggioranza. E se alcuni distinguo rimangono, non si è più in piena crisi di nervi. Tanto che pure il percorso parlamentare sul disegno di legge sul processo breve, appare meno zeppo di ostacoli. Così, se Berlusconi rassicura sulla tenuta del governo, prospettando un centrodestra compatto, Fini discute con i suoi fedelissimi per evitare nuovi strappi. «Abbiamo forse tirato un po’ troppo la corda, da entrambi i lati», spiega un deputato vicino alla terza carica dello Stato, «e ora dobbiamo ragionare senza ulteriori accelerazioni». L’obiettivo, si spiega in ambienti finiani, è quello di «risultare inattaccabili», agli occhi dei colleghi e dell’elettorato. Ovvero: «Non dovremo mai far mancare la nostra presenza e il nostro appoggio in aula». Ma tutto ciò, sia chiaro, «non vuol dire non discutere più delle nostre idee o non portare avanti le battaglie in cui crediamo. Semmai, si dovranno evitare fughe in avanti improvvise». Un riferimento che si legherebbe - secondo quanto trapela - al tentativo di «frenare» le continue prese di posizioni fuori dal coro: vedi in primis Fabio Granata.
Intanto, è assodata la comune volontà di lavare in casa i panni sporchi, indirizzando il dibattito dentro gli organi interni di partito. A cominciare dall’Ufficio di presidenza, convocato per giovedì prossimo. In cui finirà all’ordine del giorno il caso Cosentino, sia sul fronte candidatura in Campania che sulla mozione di sfiducia per le dimissioni da sottosegretario, che alcuni finiani avrebbero voluto votare. Il Cavaliere, dal canto suo, trascorre la mattinata tra Palazzo Chigi e Montecitorio. Presiede così il Cdm, in cui dà un «buongiorno» ironico, accennando ad un duro articolo di Marco Travaglio («sentite cosa dicono di noi, ci chiamano tutti mafiosi»), poi si dirige alla Camera per votare la conversione in legge del decreto Ronchi. Si ferma un po’ nella sala del governo, dove pranza e fa il punto con gli ex azzurri (tra cui Denis Verdini e Fabrizio Cicchitto). Poi va via per volare in Belgio. Con in mano, però, alcuni sondaggi sulla corsa a governatore in Piemonte. In cui, grazie ad uno scatto dei fotografi, si legge che il 35% degli intervistati rivoterebbe Mercedes Bresso, candidata del centrosinistra, mentre Roberto Cota, capogruppo della Lega, si fermerebbe al 29%. Dati provvisori, visto il 36% di piemontesi che non si esprime. Non si riesce a «rubare» invece il dato sull’altro potenziale candidato, il pidiellino Enzo Ghigo.
Dall’altra parte, Fini rivendica il ruolo della sua fondazione: «Abbiamo raggiunto l’obiettivo di una destra italiana che avesse qualcosa da dire di originale per alimentare il dibattito politico». E in generale, senza alcun riferimento all’Italia, afferma: «L’automatismo per cui le elezioni significano democrazia può scontrarsi con la realtà. Anche Hitler fu plebiscitariamente eletto, ma non per questo fu un campione di democrazia». Nessun link dunque con il nostro Paese. E «se riferite queste cose all’Italia - sbotta a margine dell’incontro con Aznar - io vi porto in tribunale». La tesi, spiega Fini, non è nuova ed è stata sostenuta tra gli altri anche dall’ex segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, riferendosi ai rischi che si corrono ad esempio in Afghanistan, Cina, Irak. Un punto su cui non bisogna provocare la terza carica dello Stato. Pena un poco onorevole «vaffa».