Fini col premier su Unipol Casini: si torni alla politica

Il ministro appoggia la strategia di Berlusconi mentre il presidente della Camera sceglie di differenziarsi: Silvio ha ignorato gli alleati

Anna Maria Greco

da Roma

Sulla vicenda Unipol Gianfranco Fini appoggia la linea scelta da Silvio Berlusconi e punta il dito sulle divisioni dell’opposizione, mentre nelle parole di Pier Ferdinando Casini prevalgono i distinguo: «Il premier - dichiara - ha ignorato gli alleati».
La scalata alla Bnl, per il vicepremier e ministro degli Esteri, «ha messo in crisi l’immagine della diversità e superiorità di tipo etico della sinistra». Alla trasmissione Radio Anch’io Fini spiega: «Tutto ciò dimostra che non ci sono i buoni tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra». Per il leader di An, più che di errore da parte della sinistra bisogna parlare di «evidente interesse di tipo politico» di far rientrare nella sua area una grande banca come la Bnl. «Il problema - conclude Fini - è che i partiti non dovrebbero avere banche».
Casini, invece, nella trasmissione Omnibus di La7, lamenta che la decisione del premier di andare in Procura non è stata condivisa con le altre forze della Cdl. Ma aggiunge di non biasimare il premier: «Berlusconi ha capito come funziona la campagna elettorale con il proporzionale, ha ingranato la quinta: faremo così anche noi. Io devo essere coerente, il proporzionale consente a noi di fare una campagna elettorale diversa, non vincolerei Berlusconi a delle regole che non ci sono più». Casini precisa che in Italia non sarebbe possibile una Grosse Koalition di stampo tedesco, ed esclude che l’Udc possa essere «una ciambella di salvataggio per il centrosinistra».
Il leader dell’Udc ripete però che non gli è piaciuto quello che è successo su Unipol-Bnl. «Bisogna tornare alla politica, l’impostazione giudiziaria non premierà la Cdl», avverte. Per Casini nella scalata «ci sono stati sponsor dall’una e dall’altra parte» e, pur dichiarandosi amico di Abete e di Della Valle, il presidente della Camera dice che la verità non può essere solo nelle loro parole. Il leader centrista si augura che alla fine verrà dimostrato che l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio «è una persona perbene», ma si preoccupa anche di difendere «le cooperative pulite, che sono tante e sono la maggioranza in Italia». Ricorda che in questi cinque anni la maggioranza ha difeso il sistema cooperativo e raccomanda di non cambiare registro. «Non può venire a nessuno la tentazione di buttare il bambino con l’acqua sporca», sostiene Casini, solo perché ha sbagliato qualche «pecorella smarrita».
Da parte sua Fini entra nella prospettiva elettorale e sottolinea l’identità del suo partito. Se An «avrà un voto in più» rispetto agli alleati, spiega, e se il centrodestra vincerà le elezioni «è ovvio che l’indicazione che sarà data al capo dello Stato per la guida del nuovo governo sarà quella del nome del leader di An». In questo caso, dunque, Fini si prepara a fare il premier e precisa che in questi anni il suo partito non si è appiattito sulle posizioni di Forza Italia. «Avevamo un dovere verso gli elettori nel momento in cui ci siamo presentati con una coalizione - afferma -. In alcune occasioni siamo stati silenziosi». Ma per Fini questo comportamento ha contribuito «a garantire la stabilità, perché governare significa fare dei compromessi e non imporre le proprie posizioni».
Quanto alla scelta di inserire il suo nome nel simbolo del partito per le prossime elezioni, il vicepresidente del Consiglio sottolinea che non l’ha chiesto lui, ma 500 dirigenti del partito all’unanimità. «Lungi da me la tentazione di voler fare un partito su misura». Comunque, non si tratta certo di presunzione, «semmai della massima assunzione di responsabilità, perché in queste elezioni ci giochiamo tutto». Fini, inoltre, esorta tutti a votare: «Chi si astiene e resta a casa ha sempre torto». Il leader di An spazza via poi l’idea di una staffetta a Palazzo Chigi tutta interna a Fi: «Ho grande stima per Gianni Letta, ma non è ipotesi che si pone quella che possa prendere il posto di Berlusconi».
Rispondendo alle domande degli ascoltatori di Radio Anch’io il vicepremier spazia sui diversi argomenti d’attualità. Anche quello della guerra in Irak. E conferma la posizione del governo sul ritiro dei nostri militari. «Non rimarremo un minuto in più rispetto alla richiesta irachena. L’Irak ha un governo scelto liberamente dagli elettori, non interinale scelto dagli Stati Uniti, quindi andremo via quando gli iracheni ce lo chiederanno, di intesa con gli alleati e garantite le condizioni di sicurezza». Fini ripete che la guerra angloamericana «non è stata un errore», ma che l’Italia è intervenuta solo dopo, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Ciampi giorni fa.