Fini: «Così abbiamo ritrovato la coesione»

L’apertura a Tremonti: «È la persona giusta, contro di lui non avevo nulla di personale». La critica a Siniscalco: «Al suo posto non mi sarei dimesso pochi giorni prima della manovra»

Roberto Scafuri

da Roma

La visita notturna del ministro Siniscalco a Palazzo Chigi, senza riuscire a farlo recedere dalle dimissioni. Il vertice a tre, con Berlusconi e Casini, ieri mattina a Montecitorio. Un’oretta di passerella in Transatlantico, dopo l’esecutivo di An, attorniato dai giornalisti. Il vertice a Palazzo Chigi con gli altri leader che avvera le sue previsioni (o anticipazioni). Alla fine del tour de force già da candidato «in pectore» delle primarie, Gianfranco Fini esprime «vivissima soddisfazione». Ringrazia Berlusconi per «la grande disponibilità: il fatto che si discuta sulle modalità per individuare il leader della coalizione dimostra che ha a cuore le sorti della Cdl». Analogo ringraziamento a Follini e all’Udc «perché nel momento di difficoltà siamo riusciti ad anteporre gli interessi della Cdl a quelli dei partiti».
Il leader di An riconquista la posizione centrale all’interno della Casa. Sarà senz’altro l’antagonista principale di Berlusconi alle primarie - si precipita a confermarlo La Russa -, cosa che non mancherà di accrescerne il ruolo di «delfino». La cornice politica da lui richiesta per risolvere le quattro questioni, cinque con le dimissioni di Siniscalco, è stata vincente. Una mediazione tra gli interessi in ballo, una «situazione precaria» che fa pensare all’eventualità di dimissioni del governo ed elezioni anticipate («non ci ho mai pensato»). Fini rilancia, perché «anche in un momento così difficile abbiamo dimostrato di essere in grado di trovare la coesione». Ed era il punto indicato dal ministro degli Esteri «per essere in grado di durare fino alle elezioni», così da poter sfidare «la sinistra che pensa di avere già vinto e alla quale diamo appuntamento al giorno delle elezioni». La cornice unitaria, l’indicazione di «un iter per la scelta del candidato della Cdl» era la pre-condizione per affrontare i nodi: portare a termine la devoluzione cara alla Lega assieme a una nuova legge elettorale, una Finanziaria accettabile sotto il profilo dei conti e presentabile agli elettori. Madre di tutte le battaglie, ottenere il pronunciamento del premier sull’inopportunità della permanenza di Fazio a Bankitalia, considerata la credibilità del sistema Italia «minata da quest’anomalia, com’è scritto oramai in tanti documenti internazionali».
Certo, c’era anche da accettare il ritorno di Tremonti in via XX settembre, dopo le dimissioni di Siniscalco («lo stimo, ma non l’avrei fatto a otto giorni dalla presentazione della Finanziaria»). Anche per questo Fini gioca d’attacco, scendendo in Transatlantico per anticipare ai giornalisti i punti salienti di un accordo ormai fatto. Il leader di An ha voglia di parlare, si ferma davanti alla buvette. S’innervosisce per qualche cronista distratto, preferisce sedare prima il languorino alla buvette, dove incontra il rifondatore Giordano. «Sai che ti ho citato all’esecutivo di An e ti ho dato anche ragione sulla Finanziaria, a proposito di quanto hai detto in aula sulla necessità di rispondere alle esigenze dei nostri ceti sociali?». E Giordano: «I vostri sono segmenti sociali, non ceti, viste le perdite di consenso che registrate». Pronto Fini: «Be’, il lessico marxista lo conosci meglio tu». «Quello è sicuro», replica Giordano.
Una sigaretta scroccata a un giornalista davanti alla porta del cortile, mentre fuori sta per venir giù un temporale, rianima l’accondiscendenza verso la categoria. Fini spiega che, «se Berlusconi sfiducia Fazio, entro stasera avremo il ministro dell’Economia, non un tecnico ma un personaggio autorevole e credibile. Tremonti è la persona giusta, ne siamo lieti». Proprio Tremonti? «Questo dimostra che non avevamo nulla di personale contro di lui. È un autorevole rappresentante di questo governo, ora consapevole che dovrà dare vita a una Finanziaria basata sul programma che ha consentito al Berlusconi II la fiducia, famiglia e Mezzogiorno». Quando passa a raccontare che però il primo passo è «mandare a casa Fazio», alle sue spalle comincia a scatenarsi il diluvio e la scarica di un fulmine assomiglia a un avvertimento. I giornalisti stuzzicano e Fini sta al gioco: «Sono segni, significa che ha protezioni in alto... ». Pronuncia ancora il nome fatidico, altro fulmine tempestoso. Risate scaramantiche, Fini addossa la colpa a due giornalisti, «non a caso di quotidiani che ancora difendono Fazio, ho preso nota». Ma si guarderà bene dallo sfidare ancora l’ira di Lassù.