Fini, D'Alema e l'illusione della bicamerale

Di Massimo D’Alema e Gianfranco Fini si potrebbero scrivere le storie parallele, come quelle di Plutarco. Ambedue sono figli d’arte, figli del partito ed eletti dal segretario. Massimo D’Alema è il giovane di Enrico Berlinguer e Gianfranco Fini è il giovane di Giorgio Almirante.

Vengono dalla legittimità della successione diretta e da questo traggono la propria forza personale. Ambedue hanno fatto delle fondazioni: e le fondazioni sono un ricettacolo dell’identità politica e le custodi del forziere finanziario degli schieramenti originari. Ambedue hanno cercato di cambiare la qualità politica del partito: Massimo ha tentato di fare del Pds la socialdemocrazia che non era mai esistita in Italia. Ma la realtà del Pds era estranea alla socialdemocrazia sin dall’inizio e lo è rimasta.

Veltroni è colui che ha la capacità di governare i postcomunisti in un’area della sinistra divenuta plurima e differenziata: e ha spedito Massimo D’Alema a rinchiudersi nella Fondazione Italiani Europei come in un ridotto ricco di denaro e di militanza, ma incapace di azione.

Fini ha avuto più successo, ha tentato l’operazione opposta, ha cercato cioè di mettere l’Msi in quarantena e di fare dell’identità postfascista una lista Fini: sino al punto di chiedere ai giovani postfascisti di diventare antifascisti. Uno ha tentato infelicemente di cambiare il partito, l’altro ha cercato di isolare la sua figura in un gollismo italiano. Un sogno impossibile perché non c’è nessun De Gaulle che faccia della destra la chiave politica della Resistenza. In Italia sia la destra che la sinistra si sono americanizzate: e così Berlusconi è diventato il leader della destra e Veltroni quello della sinistra.

Essi vivono l’uno dell’altro e il loro contrasto tende a estremizzarsi. Fini si sente il fiato della Lega sul collo perché il partito di Bossi è la destra più destra: e su quello di Veltroni pesa l’ombra di Di Pietro, che unisce la destra della destra e la sinistra della sinistra. Sia D’Alema che Fini hanno problemi simili: ricavarsi uno spazio agibile tra Bossi e Berlusconi e tra Di Pietro e i cattolici democratici. D’Alema e Fini sono stati spinti dalla similitudine delle loro condizioni politiche a inventare lo spirito di Asolo, cioè l’ennesima bicamerale. Il termine bicamerale dovrebbe essere associato all’immagine di fallimento perché sette legislature l’hanno tentata e tutti hanno fallito. In Italia la lotta politica è una guerra civile differita sin dal ’48: e non c’è quindi un vero consenso sulla forma dello Stato. Per questo in Italia non esiste una possibile maggioranza di riforma costituzionale. Il difetto delle bicamerali è apparso chiarissimo in quella che tentò D’Alema. Sta nel fatto che la maggioranza bicamerale non coincide con quella parlamentare. Ed è questa seconda a determinare il governo.

Così le bicamerali piangono in tutte le legislature e finiscono in un nulla di fatto. Fini e D’Alema propongono di creare una maggioranza bicamerale diversa dalla maggioranza di governo. Asolo fa notizia, ma è soltanto questo: Asolo, o della malinconia. bagetbozzo@ragionpolitica.it