Fini, da delfino del Cav a pappagallo del Colle

Il leader di Futuro e libertà ha trovato una nuova missione: ripetere
parola per parola gli appelli di Napolitano È l’ultimo tentativo di
recuperare l’equilibrio istituzionale oppure una tattica per prenotare
un posto al Quirinale?

Roma - Solo la terza, di carica dello Stato, gli pare un po’ riduttiva viste le ambizioni enormi che lo muovono. La seconda, presidente del Senato, poco adeguata. La prima, quella sì, il Quirinale, quello sì. In attesa che le speranze possano prendere corpo (ma con il Terzo polo messo così andiamo male) Gianfranco Fini si porta avanti seguendo il solco di chi ora siede sul Colle. Replicandone i «moniti», gli «appelli», il contegno da foto dietro la scrivania del questore.
Cinque giorni fa Giorgio Napolitano aveva detto: «In Italia c’è troppa partigianeria». Il neo delfino del Colle (ma quel ruolo non gli ha portato fortuna) gli ha fatto il verso, ripetendo come fosse sua la diagnosi del presidente della Repubblica, pari pari: «In Italia c’è troppa partigianeria». Sì insomma c’è questa «eccessiva partigianeria che ha portato crisi di fiducia nello Stato», e qui Fini parla come terza carica, non come prima carica di partito partigiano qual è Fli. Va detto che la carica impone una certa dose di banalità istituzionale, l’appello al «dialogo», ad un «clima più costruttivo» per «il bene comune», il «senso dello Stato» e tutto il resto. Ma a Fini sembra piacere particolarmente quello status, specie con le scolaresche. Quando esce dall’etichetta, com’è successo, lo fa in modo picaresco, come quando - ospite di un’associazione per bambini extracomunitari - se ne venne fuori con queste domande e con un epilogo inatteso: «Qualche volta vi pesa essere qui? C’è qualcuno che ve lo fa pesare? O qualche volta c’è qualche stronzo che dice qualche parola di troppo?». Forse voleva solo replicare il Napolitano che, qualche tempo prima, aveva descritto le minoranza come «una ricchezza da tutelare». Ma qualcosa gli è sfuggito di mano.

Per il resto sembra la copia di Napolitano (futurismo e libertà a parte). Ad aprile il capo dello Stato si augura un «clima di dialogo» che vinca «la logica del cieco scontro». Pochi giorni dopo è Fini ad augurarsi che prevalga «la cultura del confronto e del dialogo», come «condizione essenziale per lo sviluppo di una società pienamente libera». Sulle scaramucce Fini non si tira indietro, affatto, però lo fa non nei panni di terza carica, ma di prima (di partito). Come quando replica al suo nemico, il Cavaliere, «che non merita più risposte politiche, solo compassione». O quando dice che il Pdl è «a rimorchio della peggiore cultura della Lega». Verrebbe la tentazione di dar ragione a chi ha detto che «la cosa paradossale e ipocrita è che a parole tutti convengono su ciò che dice il Capo dello Stato salvo poi, qualche minuto dopo, fare esattamente il contrario». E l’ha detto proprio Fini.

Grande assonanza, almeno a parole, su tutti i capisaldi dell’equilibrio repubblicano. Specie sulla Costituzione, che «non si discute» secondo Napolitano, e che è «inviolabile» secondo Fini. E via così sui «giovani», sui 150 anni dell’Unità d’Italia, sulla precarietà del lavoro, sui problemi del Sud (rispetto a cui è meno sudista Napolitano che non Fini, ad onor del vero). Sì ma a cosa punta poi l’ex delfino di Berlusconi? L’idea di un premierato sembra veramente lontana. Le mosse recenti di Fini, inteso come leader di partito, non l’hanno portato lontano. Fli perde i pezzi, è dilaniato da lotte intestine tra colonnelli, non sembra avere una rotta, e il principale alleato, l’Udc di Casini, è costantemente corteggiato dal centrodestra e chissà che non lo lasci da solo. La posizione di terza carica, lungamente contestata dalla maggioranza di cui Fli faceva parte, è servita molto a Fini, per accreditarsi in un ruolo di primo piano, a beneficio futuro. Che però si perde nell’orizzonte delle possibilità, almeno per ora. Aveva una strada segnata, come delfino (del Cav). L’ha lasciata, per fare il pappagallo (del Colle).