Fini e Berlusconi puntano al referendum elettorale

Ronchi (An): «Solo così si potrà fare chiarezza». Il Cavaliere: così evitiamo le trappole di Prodi. I due partiti stanno lavorando alla Federazione

da Roma

Va avanti il dibattito sulla riforma della legge elettorale, con la netta accelerazione di An a favore dei due quesiti referendari già depositati presso la Corte di Cassazione lo scorso 21 ottobre. Il partito di Gianfranco Fini, infatti, pur dicendosi «aperto al dialogo» è convinto che l’iniziativa referendaria sia l’unica a non rischiare di essere strumentalizzata da parte del governo. Che, ragiona con i suoi il leader di An, «cerca il confronto solo perché si sente debole e spera così di mettere in secondo piano le divisioni interne che lo caratterizzano su più fronti». Una posizione che il portavoce del partito Andrea Ronchi spiega così: «Il caso Nicola Rossi e la delusione di Dini sulle intenzioni del governo in materia di pensioni dimostrano che i riformisti del centrosinistra hanno già messo in mora Romano Prodi. Ha grane talmente grandi che difficilmente potrà essere un interlocutore per un confronto». Detto questo, Ronchi ribadisce che «il dialogo è sempre un fatto positivo» e si dice disponibile «a tutte le iniziative in questo senso». Lo scetticismo, però, resta tutto. Sia sul tipo di riforma a cui lavora il centrosinistra («il governo deve ancora dirci qual è la sua proposta», spiega Ronchi) sia sull’opportunità che l’opposizione fornisca a Prodi il motivo di legittimazione che neanche i suoi alleati sembrano dargli. È chiaro, infatti, che l’apertura formale di un confronto sulla legge elettorale non farebbe altro che rafforzare la leadership del Professore, un po’ come accadde nel ’97 con il cosiddetto Patto della crostata tra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. È per questo che, seppur formalmente aperturista, An resta convinta che solo il referendum «introduca elementi di chiarezza rispetto a un quadro che può prestare il gioco a posizioni strumentali». Posizioni, dice Ronchi, che «mirano a mettere in discussione una scelta per noi irrinunciabile e irreversibile: il bipolarismo, che deve essere rafforzato per dare alla politica più stabilità e meno frammentazione». Dunque, gli fa eco Maurizio Gasparri, «no agli inciuci».
Il ragionamento è più o meno lo stesso di quello che Berlusconi fa da qualche giorno con i suoi fedelissimi. Non è un caso che l’ex premier sottolinei che la «coesione nazionale» ha bisogno di un «impegno unitario su basi completamente diverse rispetto a quelle adottate finora dall’attuale governo». Il richiamo del Cavaliere è sui conti pubblici, ma emerge chiaramente tutto il suo scetticismo su un dialogo che evidentemente non lo convince. Che poi abbia deciso di sedersi al tavolo ed andare a vedere le carte in tavola è tutt’altra partita, della quale fa parte anche Pier Ferdinando Casini che altrimenti si ritroverebbe unico interlocutore del centrosinistra. Anche l’ex premier, però, per il momento resta convinto che la strada più sicura sia quella referendaria che va nella direzione del bipolarismo e favorisce le grandi aggregazioni, dunque quel partito unico della Libertà di cui il leader di Forza Italia parla da tempo. Non è un caso che, seppure in vacanza, proprio in questi giorni sia Berlusconi che Fini (ma anche Tremonti) stiano lavorando alla Federazione dei partiti del centrodestra, non solo dal punto di vista formale ma anche sostanziale (una delle idee è quella di creare un Direttivo unitario già prima delle prossime amministrative di primavera). Eppoi, è il ragionamento del Cavaliere, con il referendum si eviterebbe di dare credibilità (e stabilità) a un governo che ora dovrà affrontare tutti i nodi sul tavolo delle riforme (quella delle pensioni in primis). Referendum che alla fine potrebbe anche incontrare il placet dei Ds, che potrebbero utilizzarlo come alibi da spendere in chiave interna rispetto alle pressioni dei piccoli della coalizione. Pro referendum pure Gianfranco Rotondi, segretario della Dc. «Attorno alla legge elettorale - spiega - ci sono troppi tatticismi e troppe furbizie. Per questo invito sia Berlusconi che Prodi ad appoggiare il referendum. E i piccoli partiti come il mio potranno federarsi con il Cavaliere o col Partito democratico».
I «piccoli», però, continuano ad alzare barricate. Soprattutto nella maggioranza. Caustico il leader dell’Udeur Clemente Mastella: «Stanno facendo il gioco del fotti-compagno. Niente scherzi o salta il banco». E anche al Pdci «non piace la piega che sta prendendo il dibattito». Mentre i Verdi chiedono che la nuova legge non sia «modellata sui futuri partiti unici». Un «no all’inciucio» arriva dal segretario dello Sdi Enrico Boselli. Mentre il ministro della Margherita Giuseppe Fioroni esprime «preoccupazione per un referendum che creerebbe una situazione peggiore di quella attuale».