Fini e Casini: «Il premier non è un monarca»

Massimiliano Scafi

da Roma

Fare marcia indietro? Smentire? Scusarsi, addirittura? «E perché mai? - sbuffa Pier Ferdinando Casini -. Anzi, io confermo tutto, dalla A alla Z, di quello che ho detto sul duello tv, perché è stato un dibattito impostato sul passato. Non so Fini cosa abbia chiarito, ma io non capisco proprio di che dovrei chiedere scusa. Cos’è questa, una concezione monarchica della politica?». E il ministro degli Esteri: «Berlusconi non è il monarca, io spero di prendere più voti di lui e di andare a Palazzo Chigi. Scusarmi? Ma non l’ho criticato, gli ho solo dato un consiglio. Spero che lo segua». In serata la risposta del Cavaliere: «Sono stato interrotto dopo due minuti e mezzo, non sapevo che ci fosse questo limite temporale. Colpa mia, l’errore non si ripeterà la prossima volta. Sono ottimista».
La stessa parola per definire il premier, «monarca», gli stessi concetti bellicosi per cercare di affrancarsi. Allora è vero che i due cinquantenni del centrodestra sono in rivolta e pronti al regicidio. A Forza Italia si prepara la nuova strategia mediatica e si lavora di colla e stucco per riparare i danni. Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza, smentisce le ricostruzioni di alcuni giornali «dove si parla di topi che abbandonano navi che affondano: il premier non ha mai pronunciato questi giudizi sugli alleati». E Claudio Scajola invita all’unità: «Non siamo alla fine dell’impero. Il recupero della fiducia di chi ci ha votato nel 2001 può venire da distinguo positivi e non da attacchi alla schiena».
Chi l’ha visto racconta di un Cavaliere innervosito e «amareggiato» per le prese di distanze dei partner: a 25 giorni dalle elezioni «la tattica dei distinguo è solo suicida», questo il messaggio che Berlusconi spedisce ai suoi riottosi alleati. Siamo alla svolta finale, fa sapere, ci stiamo giocando il governo del Paese. E siccome è impensabile che l’Udc possa arrivare al 20 per cento e che An triplichi i suoi voti avanzando così pretese su Palazzo Chigi, occorre fare gioco di squadra e puntare tutti insieme sugli indecisi, senza strappi. E ricorda che, senza di lui, non si va da nessuna parte.
Il duo Casini-Fini però insiste. E se anche non si sono messi d’accordo prima, se la loro non è una manovra concordata, sicuramente le dichiarazioni dei due delfini segnalano un malessere comune, un improvviso restringimento dei panni indossati in campagna elettorale. Forse pensano che nello schema a tre punte il gioco passa poco per le ali perché c’è un bomber che non passa mai la palla. Meglio allora distinguersi, per non finire cannibalizzati da Forza Italia, come fa capire il presidente della Camera sbarrando subito la strada al partito unico del centrodestra: «Non perdo tempo a parlare oggi di problemi che si porranno nel tempo e nel modo dovuto». Per Casini «occorre discutere di più del futuro del Paese» e dei problemi reali» della gente. «L’Italia del 2006 non è il Bengodi né l’isola felice, anche se ovviamente è disonesto sostenere che la colpa è della Cdl».
Nemmeno Gianfranco Fini arretra: non si può dire, ripete, che va tutto bene. «Spero in una Casa delle libertà orgogliosa delle cose fatte ma meno autocelebrativa, più attenta a capire i motivi di malumore e di preoccupazione delle persone e capace di fornire risposte convincenti. Se lo facciamo, vinceremo. Se uno è deluso da Berlusconi, può votare Casini o Fini, e viceversa, questo è lo spirito del proporzionale. Un nuovo centrodestra è possibile, un nuovo centrosinistra no. Nel prossimo governo spero di prendere più voti di Berlusconi, ma il mio avversario è Prodi». E gli alleati? «Se fosse dipeso da me, non avrei stretto un patto con Alessandra Mussolini. Ad ogni modo non ci saranno ministri di As». Quanto alla Lega, «non capisco perché Calderoli abbia usato quell’espressione, ma io la nuova legge elettorale l’ho accettata più che chiederla».