Fini e il Colle, si salda l’asse anti-premier

RomaRicordate la Triade? Lo chiamavano così, oppure, a scelta, anche Triangolo o Trimurti o Triplice istituzionale. Era una specie di Consiglio supremo della nazione che il capo dello Stato riuniva nei momenti di massima tensione. Le tre alte cariche, presidente della Repubblica, presidente del Senato e presidente della Camera, che s’incontravano sul Colle, stendevano un comunicato congiunto e si facevano fotografare più o meno sorridenti. Il meccanismo, inventato da Oscar Luigi Scalfaro, ha funzionato benissimo fino al mese scorso quando, dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta e le relative polemiche, riuscì al termine di una lunga trattativa a partorire una nota di compromesso che spegneva l’incendio salvando la faccia a tutti.
Adesso però il Triangolo ha perso un lato, Renato Schifani, che da tre giorni si è tagliato la lingua. È rimasto un binomio, un Duo composto da Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini, che dal discorso berlusconiano di Bonn sembra parlare a una voce sola. Un asse, un rapporto privilegiato, un’assonanza speciale? In effetti i due, anche se in questo momento giocano nella stessa squadra, in realtà sono impegnati in partite differenti. Istituzionale quella del capo dello Stato, che difendendo la Corte Costituzionale gli altri organi di garanzia tra cui il Quirinale, come si dice, «fa il suo», interpreta il suo ruolo di presidente di una Repubblica parlamentare.
Tutta politica invece è la partita di Fini, che cerca spazio facendo un po’ la fronda al Cavaliere e un po’ il mediatore tra Berlusconi e Napolitano. Così, tocca a lui rintuzzare la seconda esternazione dall’estero del premier e fare da scudo al capo dello Stato. «Nel presidente della Repubblica si devono riconoscere tutti gli italiani. Finita la competizione elettorale, resi i meriti a chi ha vinto e chi è stato sconfitto, si deve poi porre fine alla propaganda quotidiana, al clima da derby permanente e si deve lavorare per il bene comune, tenendo fermo il ruolo di garanzia che rivestono alcune cariche».
E non si tratta, insiste il presidente della Camera, «di malinteso buonismo», ma di principi basilari: «Il primo dovere di chi rappresenta le istituzioni è di avere a cuore l’interesse generale». Poi prosegue con la metafora calcistica: «In Milan-Inter e in Roma-Lazio ci si scontra, ma si rispettano l’arbitro e le regole del campionato. E non ci sono nemici, ma avversari e gli avversari sanno che c’è un arbitro che è imparziale anche quando sbaglia». Per tutte queste cose, insiste Fini, «le istituzioni devono essere al di sopra di ogni sospetto». Basta dunque con gli attacchi alle toghe: «La deposizione di Graviano dimostra che occorre aver fiducia nella volontà e nella capacità della magistratura di accertare la verità».
È molto difficile che queste considerazioni di Fini riescano a convincere il Cavaliere, ma sicuramente hanno convinto Napolitano a non replicare di nuovo al premier. Dal Quirinale sull’attualità politica arriva solo un accenno, in un messaggio del presidente all’Alleanza per l’Italia di Francesco Rutelli. Occorre, scrive il capo dello Stato, «far uscire il Paese da una contrapposizione politica esasperata» dando vita «a un confronto nelle istituzioni saldamente ancorato a serie basi etiche e precisi obbiettivi programmatici».
Fine delle comunicazioni ufficiali, non dei contatti. Napolitano incontra infatti Gianni Letta a un convegno in Campidoglio su Marconi e alla fine si trattiene a parlare con lui diversi minuti, davanti alle auto blu con il motore acceso. Del resto quello che voleva dire l’ha messo nero su bianco nel comunicato dell’altra sera in cui esprimeva «rammarico e preoccupazione» per le frasi di Berlusconi. Il giorno dopo non c’è nulla da aggiungere. Ma dal Colle precisano che l’intervento presidenziale non aveva «nulla di personale» ma era, come dire, obbligato perché erano stati chiamati in causa tutti gli organi di garanzia. Quanto poi alla dichiarazione del Cavaliere da Bruxelles si nota che, sul problema dell’«uso politico della giustizia» sollevato da Berlusconi, Napolitano ha già risposto da tempo. Basta riprendere il discorso al Csm il 14 febbraio 2008: il magistrato «non deve dimostrare nessun assunto» ma la politica «non può abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata» e la smetta di considerarsi «bersaglio di un complotto». E basta rileggere quanto ha detto pochi giorni fa: «Nulla può abbattere un governo che ha avuto la fiducia del Parlamento e poggia sulla coesione della maggioranza». Appunto.