Fini e D’Alema cattivi maestri sul referendum

Paolo Armaroli

Guardate un po' che bel guaio ha combinato il costituzionalista Michele Ainis. Da quando ha starnutito che l'astensione dal voto non sarebbe altro che un trucco, molte personalità politiche hanno creduto opportuno soffiarsi il naso. Come gli orologi svizzeri, battono tutti la stessa ora. In questa manovra di demonizzazione si sono distinti a sinistra Massimo D'Alema e Piero Fassino e a destra Gianfranco Fini. Nel film di Comencini Tutti a casa il tenente interpretato da Alberto Sordi, ignaro dell'armistizio dell'8 settembre e visto che i tedeschi sparano addosso agli italiani, telefona al capitano e con voce concitata lo informa che i tedeschi si sono alleati con gli americani. Ecco, adesso ci tocca vedere anche questa: i «tedeschi» D'Alema e Fassino alleati con «l'americano» Fini.
Soprattutto la strana coppia formata da D'Alema e Fini va a braccetto e spara a zero sull'astensione con identiche parole, quasi che si fosse messa d'accordo in precedenza. L'uno ha affermato: «L'idea è che l'ignavia possa prevalere sulla partecipazione: un pericolo». E ha aggiunto: «In questo modo ci si fa forti di quelli che non vanno a votare perché non interessati: è un atteggiamento grave che lascerà comunque una ferita». L'altro ha dichiarato: «Sull’eterologa voterò no perché voglio che la mia motivata decisione non si confonda con l'ignavia di chi non ha opinione, o di chi non vota perché rinuncia a esercitare la cittadinanza attiva. Politicamente l'astensione è segno di debolezza, è finalizzata solo al mancato raggiungimento del quorum. Sarà pur legittima ma a mio avviso è diseducativa, favorisce la deresponsabilizzazione del cittadino, allarga il fossato tra il Palazzo e il Paese». Già che c'era, Fini ha sparso altra benzina sul fuoco con le seguenti parole: «Mi chiedo come esponenti politici che dovrebbero avere a cuore la partecipazione motivata degli elettori, invitino all’astensione». Così con il suo partito gioca allo schiaffo del soldato.
Le affermazioni di Fini sono assai più gravi di quelle di D'Alema. Perché i Ds hanno dato indicazione per il sì, mentre An è per la libertà di coscienza. Come si sia arrivati a quest'ultima decisione, è un mistero. Non risulta che sia stata adottata da organi previsti dallo statuto del partito. Probabilmente è scaturita dai soliti conciliaboli che il numero uno di An tiene con i soliti oligarchi. Ora, la libertà di coscienza presuppone quattro opzioni referendarie: sì, no, astensione nel voto e cioè scheda bianca, e astensione dal voto ossia non partecipazione alla votazione. Avvalendosi della libertà di coscienza, Fini voterà tre sì e un no sulla eterologa. Il guaio è che la libertà di coscienza che rivendica per sé non è disposto a riconoscerla a chi nel proprio partito ha annunciato l'astensione dal voto e in queste settimane ha fatto propaganda in tal senso. Non è singolare?
Ma Fini sbaglia anche quando osserva che chi vuole che la legge sulla procreazione assistita rimanga così com'è dovrebbe votare no e non già astenersi dal voto. Evidentemente sono lontani i tempi in cui il compianto Guglielmo Negri gli dette a Magistero un buon voto all'esame di Istituzioni di diritto pubblico. Altrimenti dovrebbe sapere che l'astensione si distingue dal «no» in quanto chi la pratica intende rimettere il giudizio su temi così complessi al legislatore. Insomma ritiene in coscienza che argomenti tanto delicati non si prestino a essere tagliati con l'accetta referendaria e richiedano invece un compromesso parlamentare. Ma se è così, perché mai la sullodata strana coppia demonizza l'astensione?
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