Fini e sinistra bloccano la riforma, tanti saluti ai soldi per l’università

RomaNiente valutazione degli Atenei. Nessun limite al mandato dei rettori. Nessun veto sulle parentele di chi vince i concorsi: papà potrà aiutare i figlioli a diventare professori universitari come lui. Non solo. Non partiranno i concorsi per far passare i ricercatori al ruolo di professori associati. Bloccati pure gli scatti di merito.
La riforma dell’università naufraga a un passo dal traguardo, inghiottita anche dalla crisi nella maggioranza. Ieri mattina la conferenza dei capigruppo ha deciso di rinviare la discussione dopo il voto di fiducia del 14 dicembre. Il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, si dice ottimista ed è pronto a partire già dal 14 con la discussione del ddl. Ma certo se il governo non otterrà la fiducia, addio riforma.
Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, aveva lanciato un appello, rivolto anche all’opposizione, affinché il ddl venisse calendarizzato per il 9 in modo da chiudere subito, ma non è stata ascoltata. Troppe le difficoltà e gli ostacoli. Per portare il ddl in aula durante la sessione di bilancio sarebbe stato necessario il consenso di tutti gruppi e la volontà comune per accelerare ma quel consenso non c’è stato. Il Pd aveva già annunciato il voto contrario. Una presa di posizione scontata soprattutto dopo la scalata ai tetti da parte di Pier Luigi Bersani, che ha scelto di cavalcare la protesta «a prescindere», soprattutto nella speranza di dare la spallata ad un governo in difficoltà. Una protesta fine a se stessa di cui si è resa conto anche Susanna Camusso, neosegretario della Cgil, che ieri ha detto: «Dobbiamo dare una qualità differente alla nostra mobilitazione, che non si limiti al solo contrasto ma che si accompagni ad una proposta». Persino la Camusso si è accorta che il Pd protesta senza però proporre alternative.
Ma il naufragio della riforma non è opera soltanto dell’opposizione, anche se il no del Pd e dell’Idv alla calendarizzazione è stato determinante. Un ruolo chiave lo ha giocato anche Futuro e Libertà, che nei confronti della riforma ha avuto fin dall’inizio un atteggiamento ambivalente. Come Penelope con la sua tela quello che veniva tessuto di giorno di notte si disfaceva. Il giorno prima della conferenza dei capigruppo il senatore finiano, Giuseppe Valditara, ha invocato la rapida approvazione della riforma. E non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che ha largamente contribuito alla sua stesura al primo passaggio della legge a Palazzo Madama. Dunque i finiani erano favorevoli ad una calendarizzazione del ddl prima del voto di fiducia? Così sembrava e infatti alla capigruppo non sono stati loro ad alzare le barriere. Ma poi ieri, non appena è stato ufficializzato lo slittamento, il finiano Fabio Granata ha esultato: «La decisione di rinviare la riforma universitaria a dopo il 14 dicembre è una buona notizia. Serve serenità e stabilità politica sia per migliorare la riforma sia per dare voce e ascolto alle imponenti manifestazioni di questi giorni». Ma se Valditara aveva detto appena poche ore prima che il rinvio sarebbe stato un disastro per l’Università? Come mai per Granata è una buona notizia? Non appartengono entrambi a Futuro e Libertà?
La risposta, anche se indirettamente arriva proprio dal ministro Gelmini, interpellata da Bruno Vespa durante Porta a Porta. Quello che unisce il Terzo Polo (ovvero Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli che ieri hanno annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia congiunta) dice la Gelmini «è la volontà di mandare a casa Berlusconi». E nella guerra di Fini contro Berlusconi è finita anche la riforma dell’università. «Noi continuiamo a lavorare e a portare avanti le riforme - assicura il ministro - Se ci saranno i numeri andremo avanti, diversamente non ci sono alternative, andremo al voto».
Grande preoccupazione per l’affossamento della riforma è stata espressa dalla Conferenza dei Rettori e ieri anche dal presidente del Consiglio universitario nazionale, Andrea Lenzi. «La riforma è necessaria - dice Lenzi- altrimenti le risorse che il governo intende allocare per il sistema universitario non potranno essere utilizzate per il reclutamento dei giovani ricercatori e per l’avanzamento di carriera dei nostri migliori docenti in quanto mancherebbe del tutto una normativa di riferimento, come pure non sarebbe consolidato il principio della premialità legata alla produttività per i docenti migliori».