Fini e Tremonti: Prodi a casa se perde le amministrative

Il vicepresidente di Fi: «Voto politico con 11 milioni alle urne». Il leader di An: «Un nostro successo darebbe il via alla dissoluzione della maggioranza»

nostro inviato a Roccaraso (L’Aquila)

Non sono le regionali del 2000. E Romano Prodi non è Massimo D’Alema. In altre parole il presidente del Consiglio non rassegnerà le dimissioni nemmeno se dalle urne delle prossime amministrative dovesse uscire la più bruciante delle sconfitte. Ma potrebbe essere solo una questione di tempo, perché – spiega il leader di An Gianfranco Fini - «se il centrodestra vincerà le prossime elezioni per Romano Prodi suonerà la campana dell’ultimo giro».
Incassata Caserta come un’occasione di rilancio che il governo ha mancato, il centrodestra guarda avanti. E quale sia la vittoria di tappa sulla quale puntano i partiti di opposizione lo si è capito alla penultima affollatissima giornata di «Neveazzurra», la festa di Forza Italia tra le montagne abruzzesi. Prima il vicepresidente di Forza Italia Giulio Tremonti ha sottolineato che le comunali avranno «un forte valore politico» perché coinvolgeranno 11 milioni di elettori. Poi Fini ha rafforzato il concetto spiegando le condizioni che determineranno «la dissoluzione del centrosinistra».
L’obiettivo deve essere la riconferma del centrodestra a Reggio Calabria, un segno che la sinistra non aumenta nel Sud nemmeno dopo lo stanziamento deciso da Caserta («risorse europee trovate dal governo Berlusconi»). Altrove occorrerà invece «invertire la tendenza». E i casi che Fini cita sono Verona e Monza, città conquistate alla precedente tornata elettorale dalla sinistra che potrebbero tornare al centrodestra. È a quel punto che dovrebbe iniziare il conto alla rovescia per Prodi perché «non ci sarà nessuno disponibile a restare nella barca che affonda. Nessuno resterà a fare la guardia al bidone. E ogni riferimento ai partiti della sinistra moderata è assolutamente voluto».
Ad allontanarsi dal premier dovrebbero quindi essere Margherita e Ds, che sono i partiti che più temono la consultazione elettorale di primavera mentre continuerà il sodalizio tra Prodi e la sinistra della sua coalizione. Perché non è vero che il Professore è ostaggio dei radicali, «Prodi è il loro megafono. È figlio di quella storia». La condizione necessaria deve essere l’unità del centrodestra. Fini vede nella federazione il «nucleo forte». E annuncia che presto Silvio Berlusconi «alle parole farà seguire i fatti».
E non preoccupano nemmeno i distinguo dell’Udc né gli avvertimenti – sempre più espliciti – della Lega Nord: «Non c'è da preoccuparsi se qualcuno dice che oggi le opposizioni sono due. Possono essere anche tre perché ciò che è importante è che tutti lavoriamo allo stesso obbiettivo». Anche in questo caso una mano al centrodestra la darebbe la debolezza di Prodi. «Fino a ieri c'era chi pensava di allargare il centrosinistra con l'acquisizione di qualche elemento del centrodestra, oggi tutto questo non si pensa più perché è chiaro che sulla zattera della Medusa oggi non è più disposto a salire nessuno».
Nemmeno Tremonti teme che le divisioni del centrodestra comprometteranno i piani per il futuro prossimo. L’ex ministro dell’Economia preferisce semmai descrivere una parabola discendente dei vertici di governo: «Prodi ha cominciato in un posto di lusso, un relais chateau, è passato in una reggia, la prossima tappa sarà un bunker». Ironia anche sulla sintesi del programma, quell’albero che «se lo vedesse uno psichiatra direbbe che è fatto in modo infantile: ognuno vuole la macchinina o l'aeroplanino ma manca il tronco». E sui 100 miliardi per il Sud che sono «come i carri armati di Mussolini», sono cioè sempre gli stessi. Poche parole sulla situazione dei conti pubblici. E sui riconoscimenti al risanamento dei conti realizzato dal suo dicastero che ormai arrivano anche da media non sospettabili di simpatie per la destra: «Avevo detto che il tempo sarebbe stato galantuomo. È Prodi che continua a non esserlo».