Fini eredita la grana portaborse: in trenta pagati per non far nulla

Con la sparizione della sinistra dal Parlamento molti assistenti sono rimasti senza lavoro. Ma Montecitorio li tiene ancora a libro paga

da Roma

Pagati, ma a braccia conserte. «Parcheggiati», in attesa di nuovi ordini. Succede a Montecitorio, nella casa madre dei deputati. Dove più di trenta dipendenti, in forza ai gruppi parlamentari - stipendiati con i fondi stanziati dalla Camera - da tre mesi non hanno alcuna specifica mansione da svolgere. Anche se figurano al servizio del Gruppo misto.
Assurdo? Per nulla. Il motivo è semplice ed ha a che fare in qualche modo con la scomparsa della sinistra in Aula. Già, perché con la dissoluzione parlamentare di Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti italiani, Sinistra democratica, ma pure di Rosa nel pugno e Popolari-Udeur, decine di addetti alle segreterie, così come alla comunicazione e alla documentazione, sono rimasti a spasso. Che fare? Tutti al Misto. Tutti, cioè, a rinforzare la squadra organizzativa degli onorevoli che non fanno parte degli altri cinque gruppi (Pdl, Pd, Lega, Udc e Italia dei Valori). E se un tempo i deputati che la componevano erano davvero tanti (83 gli iscritti all’inizio della scorsa legislatura), oggi sembrano in via d’estinzione. Sono in 16.
Insomma, trenta e passa dipendenti senza compiti che si vanno a sommare a colleghi già in pieno servizio. Traduzione: spreco di denaro pubblico. La cifra esatta è di difficile estrazione. Ma di certo, nel bilancio del 2007, si legge che il contributo della Camera ai vari gruppi, in riferimento al personale dipendente e di segreteria, in totale ammonta a oltre venti milioni di euro.
Ma per comprendere bene la vicenda, tocca fare un passo indietro e tornare all’origine. Al 1993. Quando, per via dell’evaporazione degli apparati di Dc, Psi e del resto del pentapartito - figlia di «Mani pulite» - si ritrovano a spasso, da un giorno all’altro, quasi in centoventi. L’allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, d’intesa con il collega di palazzo Madama, Giovanni Spadolini, decide di rimediare e firma un’ordinanza ad hoc per stabilizzarli. Da quel momento in poi va tutto liscio. Si susseguono le legislature e bene o male tutti trovano posto. Finché la patata bollente finisce a Gianfranco Fini. Chiamato adesso, suo malgrado, a rimediare e ad evitare che lo sperpero prosegua.
Ma c’è dell’altro. Oltre ai trenta a braccia conserte, una nuova grana pende sull’attuale presidenza. Che fare di portavoce e portaborse fino a qualche mese fa in carico ai partiti non più rappresentati in Parlamento? Che fare, insomma, di quella cinquantina di dipendenti - forse meno, visto che qualcuno ha trovato nel frattempo collocazione su nuovi lidi - chiamati in origine a svolgere un ruolo a termine? Si cerca una soluzione, forse. Ma il rapporto fiduciario, e quindi politico, che li legava a vario titolo ai partiti non più presenti a Montecitorio, di certo non aiuta.
Una questione che oggi, alla luce anche dei riflettori puntati sui costi della politica, potrebbe creare non pochi imbarazzi. E non è un caso che pure Fausto Bertinotti, per anni leader di quel Prc colpito dalla débâcle elettorale e consapevole di ciò che sarebbe successo ai suoi, decide, nell’ultimo ufficio di presidenza, di non occuparsene.
Un’altra patata bollente, quindi, per Fini. Che dovrà districarsi tra le varie opzioni sul tappeto. I maligni, sempre presenti, preferiscono parlare di pressioni. A Montecitorio, infatti, dicono che nei piani alti c’è chi spinge per ripetere l’ordinanza del ’93. Ma c’è pure chi non vuole sentirne parlare. Per adesso, verrebbe da dire, tutti a braccia conserte.