Fini esce allo scoperto: martedì il nuovo partito E non molla la poltrona

Il presidente della Camera continua nella sua strategia doppiogiochista:
dopo aver dato la fiducia a Berlusconi si prepara a bloccare l’azione
del governo

Roma - Fini l’ambiguo continua nella sua strategia distruttiva: vota la fiducia a Berlusconi ma spera di impantanarne l’azione di governo; scalda i motori del nuovo partito ma resta appiccicato al sedile più alto di Montecitorio; si dichiara bipolarista ma traffica col terzo polo; giura di non essere appassionato di ornitologia ma il suo Fli ormai sembra un’uccelliera: ai falchi e alle colombe ora si sono aggiunti pure i condor. Granata e Barbareschi: il primo vota contro la fiducia in dissenso al gruppo; il secondo vorrebbe fare altrettanto ma poi si adegua al «sì» obtorto collo. Niente fiducia neppure dall’ottantaquattrenne Mirko Tremaglia.

Intriso dalla logica di Palazzo per cui ci si dichiara amici ma poi ci si accoltella, Fini ascolta l’intervento del premier ma sa già cosa fare: abbracciare il Cavaliere per stritolarlo. L’occasione offertagli dal presidente del Consiglio è ottima: non un accenno ai pretesti per cui Fini ha deciso di strappare; non un riferimento alle contraddizioni del presidente della Camera; addirittura aperture ai desiderata dei finiani più moderati. Certo, non va giù che il premier li snobbi, preferendo fare un discorso alto, alla nazione, persino rivolto alla parte più responsabile dell’opposizione. Ma tant’è: messo da parte il malumore per la mancata legittimazione della cosiddetta «terza gamba», il presidente della Camera può ghignare sulla testa dell’odiato Cavaliere quando questi dichiara di essere «per indole incline al dialogo». Ma poi sarà fiducia.

La solita noiosa tattica del cerino: vorrei tanto cacciare Berlusconi da palazzo Chigi e forse dal Paese ma non mi conviene tirare fuori il cartellino rosso e, soprattutto, non adesso. Abbasso Berlusconi, viva Berlusconi. Per ora. Capriole? Sì, ma ai suoi occhi «è stata una bella pagina di politica...». Nell’attesa del redde rationem, proseguendo il logoramento quotidiano, meglio oliare gli ingranaggi di un partito che, in verità, s’è già messo in moto prima di Mirabello. Così, sentito il discorso tutto aperturista di Berlusconi con la casacca dell’arbitro, Fini vola nella sede di Farefuturo per dettare la linea ai suoi cambiandosi maglia e indossando quella di leader di partito. Ostile ma pronto a concedere la fiducia, arbitro ma bomber.

Conviene. Davanti ai suoi, tra le cui fila si registra la solita schermaglia tra Italo Bocchino e Roberto Menia, Fini rompe gli indugi e convoca per martedì prossimo i gruppi parlamentari per dare avvio «al processo politico» che porterà alla nascita del nuovo partito. C’è chi morde il freno. Qualcuno, anche tra i finiani, reputa più corretto l’abbandono della poltrona vellutata di Montecitorio. Pensiero stupendo? Mica tanto perché il portavoce di Fini, Fabrizio Alfano, scarta l’ipotesi: «Le dimissioni del presidente della Camera sono da escludere. Bisognerà poi vedere chi sarà eletto presidente del nuovo soggetto politico e non è detto che sia Fini». Insomma, l’escamotage si può trovare. Chissà se è stato questo uno degli argomenti affrontati assieme a Casini in Transatlantico?

Ma la bega principale il presidente della Camera ce l’ha nel tenere insieme i suoi, divisi non più soltanto in falchi e colombe. Già durante il discorso di Berlusconi in Aula, mentre a Menia, Consolo, Moffa, Conte, Raisi e Polidori scappa qualche applauso, gli altri si taglierebbero un avambraccio pur di non battere le mani. Ma alla riunione futurista spuntano perfino i futuristi più rapaci: il solito Granata, ormai più vicino al dipietrista Barbato, e il livoroso Barbareschi. Entrambi puntano i piedi: vogliono votare no alla fiducia. Il primo, in effetti, poi si smarca dalle indicazioni del gruppo e viene ripreso dallo stesso Fini. Il risultato è la seguente capriola per motivare la sua scelta: «Ho votato contro la fiducia come reazione simbolica agli attacchi vergognosi a cui in questi mesi è stato sottoposto il presidente Fini sul piano politico e personale ma mi riconosco e condivido pienamente le posizioni del gruppo». Il secondo, Barbareschi, si adegua al «sì» deciso dal gruppo ma con il mal di pancia: «Sono molto combattuto, a disagio, ho un’etica io. Quell’etica - confida a un collega del Pdl - che stento a ritrovare anche nel mio di gruppo, figurati un po’...». Poi dirà: «È stato imbarazzante votare sì ma ci sono dei tatticismi da rispettare». E poi le colombe, Consolo in primis. Il finiano soft appena annusa l’accelerazione sul partito finiano tira il freno a mano. E, a quanto risulta all’Asca, si mormora di un suo ulteriore trasloco nel Pdl. Anche in questo caso interviene Fini che se lo coccola un po’ e poi parte un comunicato ufficiale del Fli di «stima e apprezzamento politico e professionale nei confronti dello stesso Consolo». «Berlusconi ha capito la lezione», Fini sorride. Per ora.