Fini fa «sgobbare» i deputati: lavoreranno 28 ore a settimana

Il presidente della Camera impone la presenza dal lunedì al venerdì, ma concede ai colleghi il «mese corto». E restano i tre mesi di ferie...

da Roma

«Ora basta, dobbiamo lavorare di più!», ha folgorato un abbronzatissimo Gianfranco Fini ieri nella biblioteca presidenziale, ottenendo l’unanime ed entusiasta consenso dei 14 presidenti di Commissione appena eletti e convocati «per fare il punto sul lavoro che si prospetta in questa legislatura». Garantire «un livello di attività superiore alle passate legislature» è il programma del presidente della Camera, che attento al buon nome delle istituzioni e della politica, vuole accontentare il popolo sovrano, la gente comune chiamata sempre e soltanto a voti o sacrifici, e «dimostrare che a Montecitorio si lavora davvero».
Fini chiede, anzi impone, uno sforzo ai suoi 629 colleghi onorevoli: un aumento del 6% dell’orario di lavoro a parità di salario. Da «80 ore al mese, 20 a settimana» quant’era l’arco d’impegno lavorativo registrato nella scorsa legislatura, i deputati dovranno passare a «85 al mese e 28 a settimana», con la consolazione di una settimana libera ogni mese, «da passare nel collegio a contatto con gli elettori».
Per carità di patria, non fissatevi sul dito di quelle 20 ore di lavoro ogni settimana o 28 per tre settimane al mese, non rivangate gli slogans utopistici del tipo «lavorare meno lavorare tutti», non versate lacrime sul naufragio delle 35 ore (tutte le settimane) francesi e bertinottiane, non fatevi divorare il fegato come Prometeo pensando alle vostre 36 ore settimanali - per tutto il mese, senza la settimana sabbatica da dedicare al «collegio» dei figli - e non avvelenatevi il sangue con l’interrogativo se gli eventuali straordinari degli onorevoli saranno detassati come per gli operai delle fonderie. Volate alto anche voi, guardate la luna indicata dal dito di Fini e ditegli un «bravo, bene, bis» perché se lo merita e nessun altro suo predecessore aveva imposto una raddrizzata del genere ai rappresentanti della nazione, da Violante a Bertinotti passando per Casini. Fa di più, il presidente della Camera. Annuncia pure una drastica riduzione delle missioni: basta vacanze politiche, finiamola coi «viaggi di studio», ma è mai possibile che all’appello dell’aula ci sia sempre un 30% di assenti «giustificati» che stan studiando lo sviluppo della democrazia sulla barriera corallina del Pacifico?
Ha fatto un solo guaio, Fini. Forse nemmeno involontario, per la verità. Perché tutti abbiam sempre saputo che in Parlamento si lavora dal martedì al giovedì, settimana cortissima e da gran signori, e farli stare in aula o in commissione dal lunedì al venerdì appare una vera e propria rivoluzione che vale il prezzo di una settimana intera da passare a casa, ops, scusate, «nel territorio». Ma nessuno mai, prima d’oggi, aveva calcolato e reso pubblico il monte orario effettivamente consumato in Parlamento, il sudore a cottimo dei nostri magnifici 630, il quanto sa di sale lo pane altrui ingoiato dagli eletti. Evviva Fini che li vuol far lavorare 5 ore in più al mese e che taglia i loro viaggi di studio/vacanza, ma ancor più evviva perché finalmente ha fatto quantificare quanto lavorano lor signori.
E poi dici l’antipolitica, il qualunquismo? Totò almeno aveva una parte ove buttarsi: noi qui, dove ti butti caschi male. Ma è mai concepibile una «democrazia matura», un «paese normale», in cui i rappresentanti del popolo incassano uno stipendio mensile di 15 mila euro lavorando 20 ore a settimana? Con 20 giorni di riposo natalizio, 15 di pasquale e 60 di ferie estive che non se le sognano nemmeno i ragazzini delle elementari?