Fini in fuga dal centro: «Mai nella Cosa bianca»

da Roma

Sta lì, tranquillo e sereno come se le due torri fossero cadute addosso a qualcun altro, non sulle sue spalle. Con piglio deciso dà il via alla conferenza stampa per illustrare i lavori dell’Esecutivo, che «ha consentito di fare il punto» e «delineare la strategia per il prossimo futuro». Andrea Ronchi si guarda intorno con occhi nervosi e preoccupati, Ignazio La Russa li ha più spiritati del solito, Maurizio Gasparri li tiene bassi come avesse la coda di paglia, Italo Bocchino mira la finestra. Non ci sono Gianni Alemanno e Altero Matteoli, pure Adolfo Urso se ne è andato dopo la riunione, e tra i giornalisti serpeggia il dubbio che tali assenze non siano casuali. Lui siede al centro, e imperturbabile scandisce: «Berlusconi ha archiviato l’esperienza della Casa delle libertà, ne prendiamo atto. Quello che però non è archiviabile è il popolo delle libertà». Poi abbandona la dizione già coperta da copyright del Cavaliere, ma conferma, «An è fermamente intenzionata a proseguire e si rivolge al popolo di centrodestra», annuncia lanciando il guanto: «E chi ha più filo da tessere, tesserà».
Era Gianfranco Fini alle 15 di ieri, e avete capito bene. Non solo evita di evocare un tavolo di pace, tanto meno chiede un chiarimento amichevole, ma contrattacca e sfida Berlusconi. Spara una raffica di appuntamenti da campagna elettorale: a Napoli per il 1° dicembre, il 9 «gli stati generali di An», il 12 appuntamento con Valter Veltroni perché «ci confronteremo con tutti», il 14 a Verona. E domani a Milano, a San Babila, «non tanto per quel che significa questa piazza nella nostra storia, ma per quello che è avvenuto domenica scorsa». Appunto, riconsacriamo San Babila profanata dall’azionista di maggioranza della Cdl.
a Fini non cede di un millimetro. Non vedendo più nemmeno l’asse con Casini, dice che con la «Cosa bianca» dialogherà, «ma noi siamo di destra». Dopo aver attaccato il modello tedesco sul Messaggero («Ci riporterà alla repubblica di Weimar»), visto che Berlusconi e Veltroni stanno già trattando per il proporzionale, Fini non si tira indietro e pone due «condizioni irrinunciabili» per il sì di An alla riforma elettorale: il «vincolo di coalizione» e quello «di programma»; sull’indicazione del premier è possibilista. Non sa che l’unico e vero «vincolo di coalizione» è il premio di maggioranza, l’unica cosa che tutti gli altri hanno già scartato? Lo sa, lo sa. Ma guai a fermarsi, ed ecco pure la riforma costituzionale: An ovviamente «auspica che il governo cada subito», ma se ciò non accade si può lavorare alla Carta con questi paletti: «Rafforzamento dei poteri del premier, riduzione del numero dei parlamentari e fine del bicameralismo perfetto». Arduo ipotizzare l’arrivo a queste riforme dopo avere bocciato quella elettorale, ma forse l’unico vero punto di forza che Fini agita al grande alleato perduto (per ora), più delle critiche avanzate a Berlusconi sulla Rai («Sciacalli? Non sono d’accordo con Berlusconi»), è proprio questo. Tant’è che andandosene, interrogato su che farà se invece tutto precipita, elezioni subito e con questa legge elettorale, ha risposto serafico e spietato: «Lo deve dire Berlusconi», aggiungendo in serata, rispondendo alle aperture del Cavaliere: «Troppi annunci e nulla di concreto. Il centrodestra non ha bisogno di un coniglio estratto da un cilindro ma di una approfondita discussione». Ricordate quel tizio che per far dispetto alla moglie si tagliò gli attributi? Fini si sente la moglie.