Fini: "Il governo? Non c’è cuoco per questa minestra"

Intervista al leader di Alleanza nazionale: "Mai visto una maggioranza così
debole, nessun leader potrebbe tenerla unita. Il decesso può arrivare
da un momento all’altro"

da Roma

Presidente Fini, sulla riforma della giustizia al Senato si è consumata un’altra stazione della via crucis del centrosinistra. Si è trattato di un rito di congedo oppure dell’ennesimo falso allarme?
«Non mi sono mai trovato di fronte a una situazione di questo tipo, con un governo così politicamente debole, senza una maggioranza. Un esecutivo già archiviato da molti dei suoi componenti e nonostante questo apparentemente in carica. Il decesso potrebbe avvenire da un momento all’altro oppure potrebbe ancora durare mesi. Ma politicamente la stagione di questo governo è finita».
Venerdì l’Unione non ha raggiunto la famosa maggioranza politica di cui avevate parlato anche con Giorgio Napolitano. Lei si aspetta una mossa del Capo dello Stato?
«No, il presidente Napolitano è consapevole del fatto che la maggioranza è a intermittenza, una volta c’è, un’altra volta non c’è. Appare e scompare. Nessuno contesta la legittimità del voto dei senatori a vita ma l’opportunità. In particolare io ho definito immorale questo voto anche perché hanno votato alcuni senatori a vita portati in aula all’ultimo momento, senza che avessero seguito alcun momento dei lavori».
Esiste una tentazione aventiniana dentro il centrodestra? Oppure il desiderio di riportare il popolo del 2 dicembre in piazza?
«C’è una indignazione fortissima nel Paese. L’unica strategia è quella di tenere alta la pressione politica ed elaborare posizioni capaci di farli cadere in contraddizione. Ma soprattutto assicurare la presenza in aula di tutti i senatori. Le assenze in questo momento non sono mai giustificabili».
Cosa pensa della tesi di coloro che sostengono che chiedere le elezioni anticipate equivale ad allungare la vita del governo Prodi?
«Io mi chiedo: ma come fa l’Italia ad andare avanti con un governo costretto a confidare in un raffreddore di uno dei nostri senatori e a giocare senza rete, tra patemi e tensioni? È un governo debole in termini politici che non può che produrre disastri. Ergo: l’unica via è quella di tornare alla sovranità popolare. Poi aggiungiamo un’altra cosa: quel filmato australiano dimostra che non solo siamo di fronte a un governo incapace ma anche di fronte a un governo che è figlio di brogli elettorali. Ce n’è davvero a sufficienza per dire torniamo a votare».
Come prevede che si concluderà la diatriba sulle pensioni?
«Innanzitutto Prodi rinvierà tutto a settembre. Ma quello è un nodo sul quale il governo può davvero cadere. Si può trovare un compromesso verbale su altre questioni ma qui non sono possibili trucchi. Prodi o cede alle pressioni della sinistra radicale o scontenta Dini e chi cerca di indicare una soluzione responsabile e compatibile con la salute dei conti pubblici».
Boselli dice: il governo Prodi «non durerà a lungo». Cosa sta accadendo dentro l’Unione?
«Iniziano a prendere atto dell’insostenibilità della situazione. Mi sembra che le tentazioni di un cupio dissolvi stiano aumentando».
Lei ritiene ipotizzabile un cambio in corsa Prodi-Veltroni come avvenne nel ’98 con D’Alema?
«La squadra rimarrebbe composta da specialisti in autogol. Veltroni è una delle tante ipotesi ma escludo possa fare il presidente del Consiglio in questa legislatura. E’ la minestra che fa schifo, non è il cuoco».
Un tempo si diceva che il referendum rappresentava la pistola puntata per stimolare una riforma elettorale in sede parlamentare. Ora lo scenario sta cambiando.
«Direi proprio di sì. Puntare su una legge fatta in Parlamento è giocare un azzardo, esiste una possibilità su un milione. Anche per questo non capisco quando Berlusconi dice che non è lo strumento adeguato. Non c’è alternativa al referendum. È impensabile che il Parlamento produca una legge che rafforzi il sistema bipolare e riduca il potere di interdizione dei piccoli partiti».
An si è ormai intestata il ruolo di principale partito referendario. Questa accelerazione solitaria dentro il centrodestra rischia di allontanare il partito unitario?
«Io sono preoccupato innanzitutto per la tenuta del sistema democratico italiano. Senza una legge elettorale che limiti il proliferare dei partiti, qui dai 25 attuali si rischia di salire a 50. Si rischia la frammentazione assoluta, la Repubblica di Weimar, la paralisi. Oltre a una moltiplicazione dei costi per il cittadino. Il referendum, invece, interrompe questa degenerazione e crea due grandi schieramenti. È significativo che dopo tante perplessità ora scendano in campo anche molti di coloro che stavano alla finestra».
Veltroni appoggia il referendum ma non lo firma.
«Dimostra che il problema è la minestra e non il cuoco. Lui sa che la sua firma manderebbe per aria la coalizione. Il suo atteggiamento paradossale è la dimostrazione che per questo centrosinistra è impossibile governare».
Cosa ne pensa dell’avviso di garanzia a Prodi?
«Non è il caso di considerare un presunto avviso di garanzia nell’ambito di una inchiesta che ha già fatto molto clamore e la cui attendibilità è tutta da dimostrate un fatto dirimente per la situazione politica».
Presidente Fini, lei crede davvero alla battaglia per il Comune di Roma?
«Io sono convinto che il centrodestra farebbe un errore madornale se non concentrasse la sua attenzione sulla Capitale. Per questo ho detto che è il caso di calare un asso».
Ma lei è pronto o no a scendere in campo?
«Non lo escludo a priori ma non sarà una decisione che potrò prendere da solo. Dipenderà dal contesto in cui si andrà a votare».
Qualcuno dice che per un leader nazionale come lei sarebbe una diminutio.
«Quello che pensano gli altri mi lascia indifferente da sempre».
Ha dei rimpianti per la gestione politica e umana del caso Storace? E quale risultato produrrà l’avventura de «La Destra»?
«Del venticinquesimo partito credo che nessuno senta la necessità, soprattutto i militanti di destra».
Nella prossima riunione dell’assemblea nazionale di An manderà un messaggio agli storaciani?
«In quella sede io cercherò di fare un’analisi della situazione e degli sviluppi politici. Soprattutto cercherò di far capire una cosa di cui sono convinto: che siamo già in campagna elettorale».
Un sondaggio accredita «La Destra» di un 3%.
«Non ci credo. Credo che bisogna tenere presente la distinzione tra visibilità e consenso».
Ultima domanda: Piero Fassino apre ad Hamas. Come crede che sarà accolta questa mossa a Tel Aviv?
«Molto negativamente. È una posizione che determina timori e acuisce l’impressione di una incapacità di comprendere le ragioni dello Stato di Israele e la necessità di una politica che non sia ambigua verso formazioni come Hamas ed Hezbollah che hanno componenti dedite al terorrismo».