Fini infiamma la folla: «Da qui parte la riscossa»

Il presidente di An conferma la sua fedeltà al Cavaliere: «Saluto il premier Silvio Berlusconi. E non è un lapsus». Poi rilancia il centrodestra: «Siamo pronti a mandare a casa il peggior governo della storia unito solo dall’odio contro di noi»

Luca Telese

da Roma

A un certo punto grida: «Qui non si tratta di Silvio, Gianfranco, Umberto...! Qui siamo al di là delle questioni personali. Noi siamo già la maggioranza del Paese, e siamo più uniti che mai. L’Italia che torneremo a governare non ha nostalgia del passato! Qui, stasera, c’è l’Italia del futuro!». Come spesso capita con Gianfranco Fini, quello che conta sono i dettagli. Così, quasi a metà del suo discorso dal palco di San Giovanni, dopo essere stato salutato da un’ovazione, ed aver iniziato il suo intervento quasi senza prendere fiato, con la voce che si arrochisce come solo nelle grandi occasioni, è un dettaglio a lasciare il segno su tutta la giornata. Dice il presidente di An, quasi in maniera casuale: «Saluto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi». La platea resta interdetta solo per un secondo. Perché Fini spiega subito, mentre sale l’applauso di chi ha già capito: «No, il mio non è un lapsus. Dico presidente del Consiglio perché questo è un omaggio, un impegno, un reciproco giuramento di lealtà». Omaggio, impegno, addirittura reciproco giuramento. Tre parole che pesano come piombo e che a ben vedere sono la chiave interpretativa di un copione che non lasciava nulla al caso. Due soli veri discorsi politici (quello di Umberto Bossi è quasi un divertissement affettuoso, con Berlusconi e Fini sul palco al fianco del leader del Carroccio), mentre quello che resta davvero nell’immaginario di questa piazza San Giovanni è la staffetta tra i due leader, la memoria della premiership condivisa, la ripartizione di ruoli di chi si divide il campo.
Leader «centauro» e colonnelli a «due ruote». Insomma, Alleanza nazionale, a partire dal suo leader ieri era in campo con tutte le sue forze, ma anche con uno stile terribilmente casual. Fini, fin dalle prime ore della mattina è praticamente ovunque: a inizio corteo cavallerescamente, issa sulle sue spalle (insieme a Gianni Alemanno) l’azzurra Beatrice Lorenzin, infortunata a una gamba. Poi sale sulle due ruote e gira da centauro in moto: prima appare al Circo Massimo (senza casco, con immancabile polemica ulivista), poi si materializza a Piazza Esedra, poi arriva in piazza, a fine giornata esce da San Giovanni addirittura in piedi sulla sella, in equilibrio come uno stunt man, nemmeno fosse una rock star. E anche i colonnelli si intonano alla linea, auto blu bandite per tutti, girano come pony express tutti i cortei di Roma: Maurizio Gasparri in scooter (scarrozzato dal camerata Ruscotto) Ignazio La Russa a bordo di uno scassatissimo Piaggio free, guidato dall’orgogliosa segretaria Selene («È un rottame ma ne vado fiera!»).
La «fanteria» di Azione Giovani. Solo Giorgia Meloni gira a piedi con un megafonino giallo («E va beh, che volete? Vuol dire che io in questo partito di cavalieri rappresento la fanteria», ride), mentre al suo fianco i giovani di Ag sfilano vestiti da «sposa» (in bianco) per protesta contro i matrimoni gay, o con immensi striscioni-mutanda (i salernitani, per esempio) col faccione di Prodi. Dice Gasparri: «An era la spina dorsale del corteo», e sicuramente non è un’esagerazione. Così il discorso di Fini - dopo le botte di adrenalina e gli slogan martellanti del Cavaliere - è allo stesso tempo il discorso più politico, ed anche un vero e proprio rito di investitura celebrato fra i due. Berlusconi dice che il partito unico del centrodestra c’è già, e lo presenta come «amico», Fini spiega che «la lealtà» è quello che tiene insieme il popolo del centrodestra: «Non saranno le malizie di qualcuno, le indiscrezioni fasulle, o le tante polemiche create ad arte, a dividere ciò che questa piazza unisce». Ma Fini è anche il leader che si incarica di folgorare gli «scissionisti» dell’Udc, quelli che hanno preferito sfilare a Palermo: «Chi ha preferito distinguersi e ha scelto di non essere qui - tuona tra gli applausi - si assume la responsabilità di questo gesto!».
Politicamente scorretto. Il vero mantra del suo discorso è l’autorassicurazione della piazza: «Voi questa sera rappresentate la maggioranza del nostro popolo», dice Fini. E aggiunge: «Qui c’è la vera alternativa al peggior governo che l’Italia abbia mai avuto». Non usa perifrasi, non addolcisce i toni, non rinuncia a parole di fuoco. Quando attacca il centrosinistra dalla piazza si solleva un vero e proprio boato: «Sono bastati pochi mesi per far comprendere che la coalizione di governo si tiene insieme solo per l’odio che hanno contro Silvio Berlusconi e il centrodestra!». Poi, ancora più netto: «È un dovere morale far fronte a queste menzogne prima di dividere in quattro il capello sulle divisioni interne. Il centrodestra è più unito che mai». Il finale è un auspicio: «Qui, come dieci anni fa, ricomincia la riscossa. Dieci anni dopo questa piazza riafferma che il centrosinistra sarà sconfitto e che il nostro popolo tornerà ad essere governato dalle idee e dai principi della Casa delle libertà». Ma qui, forse, per la prima volta il leader di An ha ipotecato davvero l’eredità della leadership del centrodestra.