Fini: «L’identità cristiana è forte, non tema il confronto con l’Islam»

Il ministro degli Esteri su Irak e Afghanistan: «La sinistra non capisce il miracolo che sta avvenendo là»

nostro inviato a Rimini
«State con noi, fermamente, coraggiosamente. Non ci abbandonate. Fate un investimento nella pace». Per il vasto fronte che dalle nostre parti chiede a gran voce il ritiro delle truppe di pace italiane, le parole dei ministri degli Esteri dell’Irak, Hoshyar Al Zebari, e dell’Afghanistan, Abdullah Abdullahi, equivalgono a un pugno pesante e diretto nello stomaco. Gli alti diplomatici delle due nascenti democrazie non usano certo perifrasi. Si accomodano sul palco del Meeting insieme a Gianfranco Fini e smontano colpo su colpo i vari teoremi ideologici applicati dai pacifisti nostrani ai due Paesi.
Sono truppe d’occupazione quelle occidentali? Macché, «sono truppe amiche e di liberazione a cui chiediamo di restare con noi per completare un delicato processo di transizione. Quelli che non ci servono sono i segnali confusi perché rafforzano il terrorismo» puntualizza con decisione il ministro iracheno, facendo fischiare le orecchie a molti leader del centrosinistra italiano. È stato legittimo l’intervento americano? «La domanda è curiosa» replica il titolare della diplomazia afghana. «Quella corretta è: non sarebbe stato giusto intervenire prima per restituire libertà a un popolo prigioniero dei talebani e diventato il quartier generale di Al-Qaeda?».
È questo il clima che segna uno degli appuntamenti-clou del Meeting, una di quelle prove di diplomazia parallela che la kermesse ciellina è spesso in grado di produrre. Sullo sfondo c’è la curiosità per l’accoglienza del popolo di don Giussani a Gianfranco Fini che si presenta qui sapendo bene di giocare la sua partita fuori casa. La sua presa di posizione per il «sì» al referendum da queste parti non è certo passata inosservata. E così nell’Auditorium, gremito di ragazzi e uomini dei servizi incaricati di «blindare» l’evento, il suo ingresso è segnato anche da qualche sparuto fischio. Ma i contenuti del suo intervento conquistano la platea, facendo scattare applausi convinti in coincidenza delle frasi più significative.
«Personalmente sono convinto che un’identità forte come quella cristiana non debba avere alcun timore di confrontarsi con l’Islam. L’identità è indispensabile in una società globale. Il timore è tipico di chi è insicuro e di chi sente minacciate le proprie radici perché non profondamente piantate».
E subito dopo il riferimento non può non tornare sul capitolo mediorientale: «Come si fa, e lo dico a una certa sinistra, a non capire il miracolo che sta avvenendo in Afghanistan e in Irak?» attacca il nostro ministro degli Esteri. «Piuttosto diciamo grazie a chi sta in prima linea, a quelle che sono a tutti gli effetti truppe di liberazione. La pace non è il semplice tacere delle armi. Quando in Afghanistan e in Irak c’erano i Talebani e Saddam c’era meno terrorismo ma certamente non c’era la pace, che è libertà, giustizia e riconoscimento della centralità e della sacralità della persona umana. Non si può pensare di venire a patti con chi ci minaccia». Poi il titolare della Farnesina attualizza uno slogan di kennediana memoria: «Siamo tutti afghani. Siamo tutti iracheni. L’Europa non commetta più l’errore di pensare che ciò che accade in questi Paesi non riguardi anche lei».
Il ministro degli Esteri ha una «dedica» particolare da fare: l’articolo della Costituzione irachena che stabilisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di etnia, sesso o religione. Una conquista democratica utile «per tutti coloro che oggi dicono che bisogna ritirarsi dall’Irak, che chiedono che senso ha avuto quell’intervento, che affermano che gli iracheni in quanto musulmani non possono essere democratici». Fini fotografa la forza di una democrazia con un’immagine-simbolo: «Gli occhi dei soldati israeliani e dei coloni. Ma anche i milioni in fila per votare in Irak e in Afghanistan». L’applauso più lungo, però, il vicepremier lo strappa quando mette l’accento sulla tutela dell’identità occidentale. «Furono vili quei governi che dissero no al riferimento alle radici cristiane dell’Europa nella Costituzione Ue. Sono gli stessi governi che oggi dicono riguardo all’Irak e all’Afghanistan tutto sommato chi ce lo fa fare?».