Fini: «L’Ue intervenga per risolvere la crisi»

La Cdl: colpa della sinistra che dice no al nucleare. La questione dei rigassificatori

Anna Maria Greco

da Roma

Se tra Russia e Ucraina scoppia la «guerra del gas», Roma trema. Cala sensibilmente il flusso del combustibile sulla rete italiana, inizia uno stop and go e il governo corre ai ripari. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, sollecita «iniziative diplomatiche» a livello europeo e il suo collega alle Attività produttive, Claudio Scajola, anticipa a stamattina la riunione del Comitato di emergenza e di monitoraggio del sistema del gas naturale, prevista per il 9 gennaio. Valuterà, anche con l’Autorità per l’energia elettrica e il gas quanto pesa il calo d'importazione di gas dalla Russia e deciderà eventuali nuove misure.
In mattinata è l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ad informare della situazione il premier Silvio Berlusconi, il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta, Fini e Scajola. Nessun allarme immediato, spiega, perché ci sono le scorte, ma bisogna pensare al peggio.
Per questo Fini scrive alla presidenza austriaca dell’Ue e al presidente della Commissione Josè Barroso chiedendo che i 25 governi discutano quanto prima della crisi russo-ucraina. L’Ue dovrebbe usare la sua «forza politica» per indurre Mosca e Kiev «ad assumere comportamenti di collaborazione e di sollecita definizione del contenzioso bilaterale in atto». È un dovere dell’Unione, sottolinea il vicepremier, viste le «gravi conseguenze energetiche» che potrebbero pesare su alcuni Stati membri, Italia in testa visto che è tra i Paesi più vulnerabili con l’84 per cento del suo fabbisogno energetico che dipende dall’estero.
«Nel medio periodo - assicura Scajola - non vi è nessun problema di interruzione di servizio di erogazione del gas naturale. Però è necessaria una nuova strategia, con degassificatori, carbone pulito e un piano completo di rientro del nucleare». Ecco, la parola dello scandalo è stata pronunciata: nucleare.
Anche stavolta le polemiche sembrano un riflesso condizionato. La Cdl punta il dito contro il rifiuto ideologico del centrosinistra delle centrali nucleari e l’opposizione ricorda che Romano Prodi a novembre ha ribadito il no dell’Unione. Semmai, dice il dirigente dei Ds Edo Ronchi, ci vogliono nuovi impianti di rigassificazione, per poter attingere da più Paesi: sono più rapidi da realizzare e meno costosi.
Su questo concorda anche il ministro An dell’Ambiente Altero Matteoli, che non è convinto della via nucleare, ma ricorda i problemi sollevati dai comitati locali per i degassificatori. La soluzione deve comunque essere europea, ribatte il consigliere economico di Berlusconi, Renato Brunetta, che invece vede nel nucleare l’unica soluzione. Questa è certamente la soluzione strutturale e strategica, a lungo termine e cioè nel giro di 10-12 anni, secondo il viceministro alle Attività Produttive Adolfo Urso, intanto però bisogna accelerare i processi di rigassificazione, il potenziamento delle centrali elettriche e la produzione di energia solare, eolica, delle bio-masse e del carbone pulito. I rigassificatori devono essere almeno 3, suggerisce Pietro Armani di An: sul Mar Tirreno, sull’Adriatico e sullo Ionio. Di tutto questo si parlerà in Parlamento alla riapertura, nell’audizione del ministro Scajola annunciata dal presidente della Commissione Industria del Senato.
Ma il centrosinistra mette le mani avanti, chiedendo con Pierluigi Castagnetti della Margherita una iniziativa europea, «anche un Consiglio europeo straordinario» per cercare una mediazione tra Russia e Ucraina e avvisando, con il coordinatore dei Verdi Paolo Cento, che la crisi del gas non può diventare «un alibi per sostenere un pericoloso ritorno al nucleare».
Il governo Berlusconi paga i problemi ereditati dalla sinistra, replica la maggioranza. E Prodi si fa troppo condizionare da Rc e no-global, come dice l’azzurra Isabella Bertolini. Le accuse si incrociano e dall’Udeur Francesco Borgomeo sostiene che è Berlusconi ad aver fallito la sua politica «delle pacche sulle spalle» con Vladimir Putin. Quell’amicizia tra i due premier, rilancia il Ds Lanfranco Turci, è solo «folclore».
Su una cosa, però, maggioranza e opposizione sembrano d’accordo: la prima risposta dev’essere la diversificazione delle fonti energetiche. Non si può essere vassalli della Russia o ostaggi dell’Ucraina, bisogna rendersi autonomi.