Fini lancia il nuovo partito ma ha paura di andare al voto

RomaFini accende ufficialmente i motori della sua «cosa» nella sede di Farefuturo a Roma, in via del Seminario. Partito? Movimento? Meglio «soggetto politico». Quando alla spicciolata escono le truppe finiane, qualcuno sguscia via mentre qualcun’altro si ferma a dar retta ai cronisti. La senatrice Maria Grazia Siliquini si concede alle domande e tiene a precisare: «Non sarà un partito ma un movimento d’opinione organizzato». L’escamotage di bandire il termine «partito», cui gli italiani da tempo sono allergici, ha un suo perché. Primo perché Fini ha deciso così e lo ha detto chiaro e tondo: «Non sarà una An in piccolo, ma un Pdl in grande». Il presidente della Camera, ieri nei panni di leader politico, la parola partito non la nomina mai. «Non possiamo mettere in moto una struttura così pesante ma qualcosa andava fatto. Se non altro per non restare in mezzo al guado e per rispondere ai molti che ci chiedono di aderire». Il secondo motivo è che un partito tradizionale ha bisogno di soldi. Un sacco di soldi. Si è parlato anche di questo nella riunione fiume in cui hanno partecipato tutti i parlamentari e gli eurodeputati del Fli, ad eccezione del senatore Pontone. Il quale, dipinto come scettico, ieri ha però ribadito che non lascerà il gruppo di Palazzo Madama. I soldi, si diceva: il problema è che la cassaforte di quello che era Alleanza nazionale è chiusa a doppia mandata e un’eventuale spartizione tra lealisti e finiani e di là da venire. Tant’è vero, ammette Fabio Granata al Giornale, «che s’è deciso di non tener conto di quel tesoretto». Certo, soprattutto alla luce del fatto che le elezioni sono all’orizzonte, non poter fare affidamento a una montagna di quattrini (con le cartolarizzazioni si mormora di quasi mezzo miliardo di euro, ndr), congelata e gestita dal comitato dei garanti che dovrebbe riunirsi proprio oggi, è una grana non indifferente per il Fli. L’esito della riunione sembra scontata visto che gli ex An lealisti sono in netta maggioranza rispetto ai finiani e da quella cassa non si potrà toccare neppure un euro. Quindi, questo l’input dato da Fini, darsi da fare per reperire quattrini anche attraverso un «finanziamento popolare in stile Obama».
Sta di fatto che le ragioni della politica superano qualsiasi freno organizzativo. Le tappe della nascita della «cosa» finiana sono già state individuate e rese pubbliche. Il vagito c’è stato ieri con l’insediamento del comitato promotore. I primi passi sono previsti il 6 e il 7 novembre a Perugia quando verrà messo nero su bianco il manifesto politico e programmatico di Futuro e libertà. Terzo appuntamento a Milano, a metà gennaio, dove tuttavia non si assisterà a un vero e proprio congresso. La scelta di Milano non è causale: «Mi piace giocare in trasferta», scherza Fini. In realtà è fondamentale per aggiustare l’immagine di un Futuro e libertà troppo sbilanciata al Sud. Nessun congresso in quell’occasione: una sorta di frenata dovuta forse al fatto che da qui a gennaio i problemi da affrontare sono ancora tanti e spinosissimi. L’organigramma, per esempio. Chi saranno i nuovi colonnelli? A sentire la parola «colonnelli» anche a Fini viene l’orticaria. «Non ci devono essere galassie, personalismi, falchi e colombe: d’ora in poi parliamo di politica perché la barca è di tutti e tutti dobbiamo remare nella stessa direzione». Poi, ancora più chiaro, ai suoi dice: «Non voglio commettere gli errori fatti con An. Basta con la logica dei colonnelli e dei soldati».
E poi la spinosa questione della linea politica. A questo proposito Fini ha voluto ascoltare l’opinione di tutti. Per usare un eufemismo, le «sensibilità diverse», leggasi spaccature, sono emerse pure in questa occasione. Da una parte chi vorrebbe rovesciare tutto e subito; dall’altra chi ha voluto ribadire la fedeltà agli elettori e al programma di governo. Poi Fini ha tirato le somme e deciso la linea: «Bando ai toni incendiari - è il senso del discorso di Fini fatto ai suoi - non diamo pretesti a Berlusconi per accusarci di voler rompere e mandare a casa questo governo». In pratica un «a cuccia» ai pasdaran in stile Granata che non fanno altro che infiammare rapporti già abbastanza tesi. La controprova? L’esigenza di sconfessare la linea granatiana del patto anche col diavolo, ossia il Pd, pur di mandare a casa il Sultano Berlusconi.
Logico che la mission sia prendere tempo per evitare le urne, vero e proprio banco di prova che vedrebbe i futuristi ancora troppo impreparati. In compenso la strategia resta la stessa: tirare la corda il più possibile evitando che si spezzi.