Fini: legittimo sospettare dell’asse Prodi-Bazoli

Il leader: «La destra è la vera forza riformista. Il governo invece fatica anche a trovare un accordo sulle pensioni»

nostro inviato a Brescia
Destra significa progresso: «La sfida culturale che ci attende è dimostrare che i nostri valori non sono difesa dell’esistente, conservazione e nostalgia ma garanzia di un domani migliore». Gianfranco Fini chiude con questo «manifesto della nuova destra» i due giorni di dibattiti sul futuro dell’economia, una conferenza che dovrebbe portare Alleanza nazionale ad abbandonare lo statalismo e diventare un partito social-liberale. Davanti a 400 tra dirigenti di An (con larghi vuoti, da Storace a Selva alla Santanché) e imprenditori riuniti nell’auditorium della fiera di Brescia, incalzato dal direttore del Sole 24 Ore e dal caporedattore della sede italiana dell’agenzia Dow Jones, l’ex ministro degli Esteri non ha problemi ad apprezzare alcune scelte del governo in carica, e già questa è una novità. Il «piano Rovati» per la nazionalizzazione della rete telefonica «non andava in direzione sbagliata». E sulla politica estera «Prodi, D’Alema e Parisi non tradiscono la nostra impostazione».
Ma sull’economia, la nuova frontiera di An, Fini non fa sconti. «Il problema maggiore oggi, come ha riconosciuto lo stesso governatore di Bankitalia, è l’eccessivo carico fiscale che rischia di rallentare la ripresa. Secondo il vizio ideologico tipico della sinistra italiana, Prodi applica la solita strategia: aumenta le tasse. Così quando torneremo al governo troveremo la situazione del 2001, cioè aliquote elevate, evasione altissima e sommerso in crescita. Noi abbiamo ottenuto un gettito fiscale senza precedenti con la ricetta opposta: riduzione progressiva delle aliquote e collaborazione con le categorie produttive per ridurre il sommerso». Anche per il futuro la linea di An sarà «ridurre il peso fiscale per chi produce ricchezza», mentre «questa Finanziaria va nella direzione opposta».
Fini difende i cinque anni di governo del centrodestra, lo fa con convinzione dilungandosi però solo sulla legge Biagi e la riforma delle pensioni: «Se si pensa che il mantenimento dello scalone è la frontiera più avanzata del riformismo del centrosinistra, si capisce il paradosso di questo governo in cui il peso dell’ala massimalista continua a crescere. Non so che intenzioni abbia il governo, ma non credo che ci metterà mano: non passa giorno senza una spaccatura su tutte le grandi questioni. Noi le riforme le abbiamo fatte, sia pure senza la necessaria incisività».
Dalle tesi di Brescia derivano giudizi che uniscono un maggiore liberismo («Avrei detto sì alla fusione tra Autostrade e Abertis, l’avrebbe fatto chiunque; ancora adesso nello stesso governo non si riesce a capire perché Di Pietro si sia opposto») con una forte presenza dello Stato negli snodi cruciali («le grandi reti devono essere di proprietà pubblica come in Francia, per garantire il legittimo interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini»). E attenzione a evitare le «commistioni pericolose tra politica e finanza».
«Il sospetto che esista un asse tra il premier Prodi e il banchiere Bazoli è legittimo e doveroso - risponde a de Bortoli -. Non è compito della politica stringere cordate, assecondare alleanze, dare luogo a intese che favoriscono alcuni e danneggiano altri. Questi intrecci tra interessi pubblici e privati ha già portato a pagine poco nobili come Tangentopoli. La politica faccia la politica e la finanza stia al suo posto, apriamo gli occhi e stiamo molto attenti quando c’è chi si candida come pivot dei diversi aspetti». E il termine «pivot» rubato dal basket, di cui è stato un campione Rovati (il consigliere economico di Prodi dimessosi per il caso Telecom), non è casuale.
Fini apprezza il dinamismo impresso da Mario Draghi alla Banca d’Italia che «favorisce la nascita di campioni italiani di dimensioni europee». Sull’italianità delle Generali, il leader di An dà per buona la preoccupazione di D’Alema «anche se credo sia più preoccupato dell’iperattività di Prodi in campo finanziario». E ribadisce la svolta per il pubblico impiego, dove vanno introdotte produttività e mobilità, «requisiti che nel 2002 il sindacato promise sapendo che non li voleva. I fannulloni esistono nel pubblico come nel privato».