An, Fini liquida gli scissionisti «Fanno un errore madornale»

da Roma

La fuoriuscita con rabbia di Francesco Storace. L’addio con dolore di Teodoro Buontempo. Le porte sbattute da un ristretto drappello di parlamentari scontenti e da un plotoncino di dirigenti locali alla ricerca di stimoli e visibilità, pronti, sull’onda dell’ebbrezza della nuova avventura de «La Destra», a trasformare una sotterranea, velata ostilità in un malumore manifesto. E poi i contraccolpi dentro An, con il timore, espresso a mezza bocca da alcuni parlamentari, che «l’effetto Storace» sia stato sottovalutato e non sia stato tenuto nel debito conto l’appeal e il richiamo all’eredità e alla missione originaria del Movimento Sociale.
È uno spartito difficile quello che Gianfranco Fini si trova ad eseguire di fronte all’esecutivo del suo partito, convocato 24 ore prima della riunione dell’Assemblea nazionale. Un primo appuntamento in cui tastare il polso del partito, sondare gli umori e tracciare una missione scaccia-fantasmi. Una rotta che il leader di An indica senza abbandonarsi al rancore o al nervosismo. «Abbiamo intrapreso un percorso che non si fermerà di fronte alle legittime scelte di alcuni» dice Fini, in una riunione-fiume di oltre quattro ore. «Lasciare il partito è un errore madornale che suscita amarezza perché non si può immaginare un percorso diverso da quello di An nell’ambito del moderno centrodestra europeo. La rottura vera è stata Fiuggi. Noi comunque dobbiamo rispettare chi ha deciso di rappresentare una destra residuale».
La linea del leader, insomma, è quella di mantenere un basso profilo rispetto alla mini-diaspora degli storaciani. Una scelta che, con ogni probabilità, porterà il numero uno di Via della Scrofa, nella relazione di oggi, a citare appena i protagonisti della scissione, puntando piuttosto sul percorso fatto e su quello che resta da fare. E sulla necessità di ribadire un concetto: la destra è e resta Alleanza Nazionale.
Indietro non si torna, insomma. E chi volesse giocare in difesa tentando il recupero dei dissidenti commetterebbe un errore. Le svolte presuppongono convinzione: bisogna essere disposti a pagare qualche dazio sulla via della modernizzazione. In questo schema si inserisce anche il referendum elettorale, un appuntamento che il leader di An ha messo al centro della sua strategia. Se la consultazione si celebrerà e produrrà reali effetti maggioritari ci sarà un nuovo punto di svolta, con An e Fi costrette a dare vita a una nuova grande destra italiana, liberale, nazionale e riformatrice, capace di intercettare quel popolo delle libertà che già si riconosce in un unico spirito di appartenenza.
Il posizionamento strategico del partito, insomma, si poggia su fondamenta solide. E non saranno le scosse telluriche di questi giorni a incrinarlo. «A Fiuggi abbiamo imboccato una strada e non cambiamo certo percorso» dice Adolfo Urso. «C’è amarezza per quanto accaduto in questi giorni ma la nostra volontà è quella di realizzare una più ampia destra, moderna e riformista che sappia parlare ai più e non si costringa in un recinto che altri vorrebbero restringere. Per dirla con Sarkozy, una destra che parli alla destra e al centro».
Nel resto del suo intervento Fini, all’indomani dell’incontro a Palazzo Grazioli, comunica all’esecutivo il ribadito impegno di Silvio Berlusconi per il bipolarismo e il no al modello tedesco. Ma, spiega il leader di An, «ho detto a Berlusconi che se l’alternativa al referendum è modificare la legge seguendo lo schema D’Alimonte, questa è una sortita che non andrà mai in porto». Anche perché difficilmente le modifiche previste da questa bozza «minimalista» sarebbero sufficienti ad evitare il referendum. «Il discrimine per noi resta l’indicazione delle alleanze e la previsione di un premio di maggioranza. Voi, comunque, preparatevi alla mobilitazione perché sono convinto che il referendum alla fine si farà» esorta il numero uno di via della Scrofa. Ciò in cui Gianfranco Fini, invece, non crede è nella volontà di Walter Veltroni di dimettersi da sindaco, qualora venga eletto al vertice del Partito Democratico. «Vedrete, resterà saldamente sulla sua poltrona». Le prospettive temporali della sua sfida per il Campidoglio, insomma, si allungano. E le energie del leader si concentrano su un punto preciso: dimostrare che la sfida referendaria non è un bluff ma un impegno e un’avventura da percorrere fino in fondo.