Fini manda l'ultimo avviso ai colonnelli: "Chi è democratico è antifascista"

La strigliata alla festa dei giovani di An: "Quelli di Salò avevano torto, impossibile equipararli ai resistenti". Poi: "Le parole d'ordine della nostra destra sono libertà, uguaglianza, giustizia". E benedice il federalismo

da Roma

«Perché non possiamo non dirci antifascisti»: nelle due ore scarse in cui si concede al dibattito della festa dei giovani del suo partito (Atreju 2008), Gianfranco Fini prende il toro per le corna senza indecisioni. E ripartendo da Benedetto Croce («Perché non possiamo non dirci cristiani»), non si limita a spezzare gli ultimi flebili ancoraggi al ventennio o a non risparmiare più i ragazzi che andarono a Salò per ideale, ma calpesta labari e gagliardetti, spazza via ogni continuismo, martella senza pietà idee e simboli che parte della destra italiana ha continuato ad avere nel cuore per anni ed anni.
Marcia per la sua strada, Fini. Convinto di essere nel giusto. Come pare ormai convinto della curva federalista che gli si prospetta davanti: «Nel testo messo a punto - rileva - non scorgo rischi per l’unità nazionale». Che per lui resta una stella cometa a condizione che sia il «patriottismo a prevalere su un nazionalismo che ha portato a tanti disastri nel secolo scorso». Ringrazia Ciampi per l’opera di «ricucitura dei fili» messa in atto nel suo settennato al Quirinale, ironizza un po’ con i sessantottini utopici che oggi si ritrovano in posti di comando, ma anche con chi pensa che le preferenze possano far conquistare spazio ai giovani: «Io li ho messi nelle liste». Nega infine che l’approdo al Pdl possa costituire una «scorciatoia» per far ingresso in un Ppe dove già siedono sarkoziani e conservatori britannici e invita i ragazzi a interessarsi di politica ma a non lasciar da parte la solidarietà. Guardare avanti, l’esortazione. Tornare ad una visione strategica se si vuol costruire un futuro dignitoso. E sapere cogliere le occasioni per discutere davvero. «Perché - osserva in chiusura - in Italia mi pare che molti parlino, ma pochi ascoltino...».
«Chi è democratico - fa sapere, scandendo le parole - è antifascista. E poiché le tre parole d’ordine cui si richiama la nostra destra sono libertà, uguaglianza e giustizia sociale, è chiaro che non si può non ricusare chi in primo luogo soffocò la libertà e poi arrivò a produrre aberranti leggi razziali sostenendo che un uomo era uomo più di altri per costituzione genetica!».
Non salva più niente del ventennio Fini. Certo, forse c’era buonafede in chi andò a Salò, ma il fascismo dal ’22 al ’45 non è una pellicola da cui prendere singoli fotogrammi per trovarli accettabili. Il film - dice - va visto tutto prima di giudicarlo. E allora «se si è intellettualmente onesti», bisogna avere il coraggio di non negare la storia: «Il fascismo fu dittatura». E «non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta e chi stava invece dalla parte sbagliata!». «Sono dati fattuali, c’è una verità storica», rimarca convinto. Lo applaudono, anche se non in modo travolgente. Solo un ragazzo mugugna dal fondo, per pochi attimi. Facile dire che si tratta di giovani nati appena 20 anni fa, e che ora Fini deve aspettare la controprova degli anziani. Ma lui pare sicuro del fatto suo: non lo avevano del resto dato per morto dopo Fiuggi? Poi dopo la mannaia fatta cadere sul Duce e, ancora, dopo l’omaggio al mausoleo di Yad Vashem del novembre 2003 o al momento del divorzio con Storace?
Altro che lavacro di Fiuggi. O l’omaggio alle vittime della Shoah reso a Gerusalemme. È una cesoiata secca e ultimativa quella che - davanti al gruppo dirigente di Azione giovani ma anche ai responsabili giovanili di Lega, Pd, Forza Italia e Udc - molla alle spalle del Colosseo, a quasi 14 anni dalla prima abiura. Sarà che sempre più vede alle porte una leadership del centrodestra che prima era possibile ma non certa, sarà per spazzar via definitivamente inopportune nostalgie di qualche ex-sottoposto, richiamato di fatto all’ordine, sarà anche per l’imminente approdo in un Ppe che è fatto sì anche di conservatori e gollisti, ma non di ultrà di destra. Ma le sue parole suonano non solo chiare. Bensì ultimative per chi s’ostina nel compianto. «Mai più» dice. E il suo è un epitaffio finale. Valido per tutti i suoi.