Fini: Margherita e Udeur manderanno a casa Prodi

La sicurezza ostentata dopo il vertice di sabato stride con la realtà. E nel centrosinistra c’è già chi pensa a salvarsi

Massimiliano Scafi

da Roma

Quando, questo «nessuno lo sa». Ma il come, secondo Gianfranco Fini, lo sanno tutti: «Altro che cinque anni. Romano Prodi non durerà tanto. Stavolta non verrà mandato a casa da Rifondazione, con la quale ha stipulato una specie di assicurazione sulla vita, ma cadrà per una rottura al centro». È lì, spiega in un convegno a Montesilvano, la sofferenza del centrosinistra, «lì ci sono le anime candide della Margherita, dell’Udeur e dell’Italia dei valori che dicevano di essere in grado di arginare l’egemonia comunista e che oggi si rendono conto di essere incapaci di determinare la linea politica della maggioranza». Perciò una crisi di governo «è un’ipotesi reale».
La Cdl lavora per un eventuale dopo-Prodi. Pierferdinando Casini pensa a una specie di tregua nazionale: «Nemmeno il peggior Berlusconi - si legge in un’anticipazione dall’ultimo libro di Bruno Vespa - è andato così male nella sua prima fase del mandato, questo esecutivo ha preso la sufficienza solo nella politica estera. Ci vorrebbe un armistizio firmato da quel largo schieramento parlamentare che ha votato per la missione in Libano. Se Prodi fa lui la mossa, può gestire questo armistizio restando al governo. Altrimenti rischia di subire l’iniziativa di altri». Apertura successivamente ridimensionata dal suo portavoce: «Le parole di Casini si riferiscono a una fase politica diversa dall’attuale». Controreplica di Vespa: «La frase di Casini mi è stata confermata dieci giorni fa».
Fini invece vuole che l’attuale premier lasci Palazzo Chigi. Il Professore, sostiene, è «un danno per l’economia del Paese e per la qualità della vita dei cittadini». Liberarsi di lui è quindi una «necessità». Qualunque sistema è buono, «tutte le vie o tutti i possibili scenari sono guardati con attenzione da An».
Anche una grosse koalition? Su questo punto, l’ex ministro degli Esteri frena: «Un modello di larghe intese alla tedesca in Italia non è possibile. Un governo con dentro D’Alema e Fini sta scritto nel libro dei sogni. Se si intende invece che, una volta consumatasi la stagione di Prodi e nell’impossibilità di andare subito al voto, si cerchi un ministero di decantazione di carattere tecnico con una maggioranza parlamentare larga, allora sì». Esempio? Il tentativo di Antonio Maccanico del 1995, silurato per altro proprio da An. Altri tempi.
Adesso, insiste Fini, il dato da cui partire è «il fiato corto» del governo. «Che Prodi non arriverà alla fine della legislatura, nonostante l’ostentazione di fiducia, se ne rende conto pure lui. Anche nella riunione di sabato è apparso evidente che le contraddizioni che ci sono nella maggioranza permangono, al di là dei vertici». Una spia? «Si parla molto di riforma della legge elettorale, una cosa che in genere avviene verso la fine della legislatura e non all’inizio».
Il punto di debolezza dell’Unione, ripete, è al centro. «Si dice che chi si è scottato con il fuoco ha paura dell’acqua calda. L’altra volta il Prc gli tolse la fiducia, ma oggi gli unici che non contestano la Finanziaria sono Rifondazione, il Pdci e i Verdi». Chi si ribella sono i moderati dell’Unione: «C’è un grande agitarsi nel centrosinistra e i comportamenti dimostrano che al di là di quello che afferma Prodi il contrasto è evidente». E la Cdl deve prepararsi: «Il centrodestra dovrebbe essere più attento a quello che chiedono i cittadini che non agli assetti interni, alle gelosie, ai posizionamenti. Certi personalismi lasciano il tempo che trovano, i nostri elettori ci chiedono soprattutto unità». Senza contare che per «il Grande Centro non ci sono le condizioni storiche».
Con chi ce l’ha, con Casini? «No - risponde Fini - e non è vero che l’Udc ha una strategia diversa rispetto a noi e a Forza Italia. Di diverso c’è la tattica. Ad esempio, loro non parteciperanno alla grande manifestazione del due dicembre perché pensano che sarebbe meglio non andare in piazza. Per noi invece è giusto andarci, e non perché dobbiamo dare una spallata ma perché è uno dei modi per far sentire la voce dell’opposizione, che deve alzarsi non solo in Parlamento, ma dovunque c’è gente che ascolta». Differenze, ma non divaricazioni: «Pure l’Udc lavora al pari di Fi, An e Lega perché il governo Prodi cada e finisca la stagione del centrosinistra».