Fini mette fuorigioco il governo: «No alla fiducia»

RomaIl presidente della Camera, Gianfranco Fini, ieri ha dispensato un’altra lezione di diritto costituzionale non disdegnando alcune annotazioni di sistemi elettorali comparati. Anche se gli interventi sono stati formulati in ambiti istituzionali, come un convegno e la presentazione di un libro, i messaggi erano rivolti al governo e al premier Berlusconi in particolare.
La prima sottolineatura ha riguardato l’attualità di Montecitorio, ovvero la Finanziaria. «Il presidente della Camera - ha rimarcato - sarebbe in grossa difficoltà se la fiducia non fosse posta su un testo che esce dalla commissione ma su un maxi-emendamento del governo». Un ammonimento a scopo cautelativo.
A Palazzo Madama, infatti, la maggioranza era riuscita a difendere la linea rigorista del ministro dell’Economia Tremonti, esposta al fuoco emendativo della «contro-manovra» di Mario Baldassarri e dei senatori «finiani». Ma anche alla Camera, nonostante gli avvertimenti dell’ex leader di An, lo scenario dovrebbe restare immutato. Il relatore Corsaro ha infatti escluso l’ok a tutti i maxi-interventi di spesa come il taglio dell’Irap, dell’Irpef e la cedolare secca sugli affitti.
Ovviamente il discorso di Fini ha cercato di librarsi al di sopra della dialettica nel Pdl guardando oltre, alla natura del rapporto tra Parlamento e governo. «È arrivato il momento di equilibrare i rapporti - ha aggiunto - e quindi bisogna non solo affrontare il problema della forma dello Stato ma anche della forma di governo».
A che cosa mirano queste osservazioni? A riaffermare «la centralità del Parlamento». È su questo postulato che si fonda il teorema politico finiano volto a restituire più potere al Parlamento a bilanciamento (o a scapito, a seconda dei punti di vista) del governo direttamente scelto dagli elettori. «Non è corretto dire che il presidenzialismo strisciante è un fenomeno degli ultimi tempi, anche se ora è più evidente», ha osservato e pur «non considerando un fatto negativo il rafforzamento dell’esecutivo, l’attuale situazione è un lusso che non possiamo permetterci».
Qual è dunque il «bandolo della matassa»? «Una democrazia - ha spiegato - è governante e rappresentativa quando ad un capo dell’esecutivo forte si contrappone un Parlamento forte». Ecco, serve un riequilibrio, un contrappeso, una contrapposizione. La via più immediata per giungere allo scopo, però, non è la riforma costituzionale (anche se «il federalismo fiscale è monco senza il Senato delle Regioni»), ma il cambiamento della legge elettorale. Secondo il presidente della Camera, la cosa migliore «è il collegio uninominale che garantisce la rappresentanza».
E come in un gioco di specchi il discorso sembra rovesciarsi. Fini ha invocato riforme istituzionali e però ha messo dei «paletti» alla Finanziaria ricevendo il plauso del segretario del Pd Bersani e dell’Idv che quella manovra cercano di demolire.
Il presidente della Camera ha invocato riforme istituzionali e però ha auspicato un ritorno al maggioritario uninominale trascurando che la legge Calderoli è espressione di un esecutivo del quale Fini era componente. E trascurando che con il maggioritario uninominale il centrosinistra nel 1996 vinse pur ottenendo meno voti dell’opposta coalizione, mentre nel 2001 la vittoria della Casa delle libertà fu «dimezzata» dai veti degli alleati minori tra i quali l’Udc di Casini che all’epoca sedeva sullo scranno più alto di Montecitorio.