Fini: «Nelle moschee i sermoni in italiano»

da Roma

«Dobbiamo sapere chi prega Allah e chi semina odio». La prima barriera da abbattere con l’islam, propone il presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, è quella della lingua. La proposta del leader di An arriva a poca distanza dagli ultimi arresti nella moschea di Perugia e incontra più appoggi nel mondo islamico che nella maggioranza politica del Parlamento.
Il ragionamento di Fini è semplice: i sermoni devono essere tradotti, «perché ognuno ha il diritto di pregare Dio come vuole - ha chiarito alla festa del Secolo d’Italia a Rieti - ma noi abbiamo il diritto di sapere cosa accade lì dentro». È un’esigenza di chiarezza e di comunicazione all’interno della libertà di culto condivisa subito da tutta l’opposizione, e dal vicepresidente della commissione europea Franco Frattini, che ha chiesto dalla pagina del suo sito una risposta dal mondo islamico: «Dobbiamo sapere chi insegna a chi e pretendere che il mondo musulmano batta un colpo».
Apprezza Fini anche la Lega: «Sono assolutamente d’accordo - dice l’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli -. La proposta del presidente di An può essere un modo efficace per combattere il terrorismo».
E la definisce un’idea «giusta» Carlo Giovanardi (Udc), per evitare «gli equivoci e i pericoli che possono derivare da una predicazione con toni di odio o eversivi».
I rappresentanti più autorevoli del mondo musulmano non sono apparsi scandalizzati dalla proposta del leader di Alleanza nazionale: «Noi ad Imperia già da tempo abbiamo adottato il sermone bilingue: arabo e italiano », commenta per esempio Roberto Piccardo, ex presidente dell’Ucoi, l’unione delle comunità islamiche d’Italia. L’introduzione della predica italiana «è uno dei nostri obbiettivi», fa sapere anche l’imam di Firenze, Izzedin Elzir.
A Roma, spiega Mario Scialoja, componente della Consulta islamica per l’islam italiano, alla Grande Moschea «già da qualche tempo si è introdotto l’uso del sermone bilingue e si sta anche sperimentando quello in tre lingue». Si dice «pienamente d’accordo con Fini» Khaled Fouad Allam, deputato dell’Ulivo: in molti altri Paesi «i sermoni vengono letti nella lingua locale».
Sono invece polemici i parlamentari italiani della maggioranza: «La proposta di Fini è figlia di una paura del diverso», critica il capogruppo di Rifondazione alla Camera, Gennaro Migliore. La proposta del leader di An è «risibile» per il capogruppo alla Camera dell’Udeur, Mauro Fabris. «Paradossale», dice Pino Sgobio, capogruppo Pdci. Italiano in moschea sì, «ma non imposto per legge», puntualizza anche la responsabile dei diritti civili dei ds Ivana Bartoletti.